Firenze, 8 giugno 2023 – E’ strano definire i sogni “sbagliati”. Eppure, anche i desideri che nascono dall’amore sono in grado di generare mostri. Pure i luoghi dell’anima, come la fascinosa laguna veneziana, possono nascondere dietro il profilo nobile e artistico un volto maligno e velenoso. L’essenza di tutto ciò è amalgamata con sapiente alchimia dallo scrittore fiorentino Massimiliano Scudeletti. Da qui il titolo del suo ultimo romanzo, sintesi misteriosa di un messaggio profondo: “La laguna dei sogni sbagliati” (Arkadia Editore 2022). Il ritmo della narrazione segue l’intensità delle emozioni del protagonista, Alessandro Onofri, un adolescente rimasto orfano. Come nelle migliori storie epiche, quelle che svelano gli archetipi umani, Scudeletti elabora due figure femminili apicali e opposte, l’anziana zia del ragazzo, sua protettrice ed esperta di esoterismo, e la supplente di matematica, spietata eppure dotata di un grande magnetismo. Intorno a loro una coralità di personaggi e una catena sospetta di fatti misteriosi. Una forza conflittuale agita i sogni e gli incubi di Alessandro, che senza la protezione dei genitori è esposto a un percorso di formazione crudo e intenso, ma capace di svelare arcani e forze occulte. Siamo negli anni Novanta. Sullo sfondo, ma comunque protagonista, c’è Porto Marghera, la laguna bloccata in un incantesimo di veleni chimici. “Una terra malata genera mostri”, si legge nel libro, e attira forze oscure. Il romanzo si articola in un doppio binario, dove la storia del giovane Alessandro si alterna a quella di Alessandro ormai uomo e reporter di guerra nella vicina Jugoslavia. Si realizza così un perfetto contrappunto tra due scenari drammatici: la difficile e combattuta iniziazione alla vita adulta di Alessandro, nella terra avvelenata dal polo petrolchimico, e la sfida dell’uomo adulto e consapevole di fronte all’orrore più grande della storia, la guerra. La psicologia sottile che dirige il romanzo non si limita mai a definire in maniera manichea il bene e il male, ma gioca con le energie ambigue che muovono l’animo umano, desideroso di conoscere, di superare soglie proibite, ma anche capace di una ferrea disciplina, dominata dalla coscienza e mossa dal coraggio.
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Un romanzo denso e nero, La laguna dei sogni sbagliati di Massimiliano Scudeletti, ma anche una storia dalla spiccata vena lirica. La vicenda di un bambino fiorentino rimasto orfano, affidato a una zia veneziana esperta di scienza occulte, cui poi viene sottratto per la sua età avanzata, per essere affidato a varie famiglie, s’intreccia a scene tratte dal tempo della guerra nei Balcani, delineando un percorso tetro ma coinvolgente, nel quale emergono tratti della parte più sporca e segreta dell’italianità – in specie, certi rituali oscuri che trovano spazio in ambienti connotati da idee intrise di odio e intolleranza, anche se non solo lì. In tale cornice, non nego che vi siano delle immagini che hanno urtato la mia sensibilità cristiana, ma so che l’autore le ha inserite proprio per provocare una reazione nel lettore, con una propensione “pasoliniana” a non distogliere lo sguardo dallo schifo, per evidenziarlo e denunciarlo. C’è però anche l’aspetto del romanzo di formazione, nella vicenda del protagonista, tratteggiata con stile carico di nostalgia per il passato, non disgiunta da una vena perturbante, davanti ai cupi misteri che la stessa normalità sa racchiudere. E, infine, vi è una forte propensione alla contemplazione degli ambienti, volta a scovarne lo spiritus loci, nonché a rimarcare il pericolo insito proprio in certa “grande bellezza” italiana. Anzi, pur senza dimenticare scenari di orrore industriale come quelli di Porto Marghera, possiamo dire che questo romanzo sprofonda precisamente nei “non detti” dell’Italia da cartolina, che non è che non esista – tanto che viene descritta e resa presente –, ma è anche una facciata dietro la quale si celano tanti segreti inespressi, che spesso fondono in un tutto unitario le vicende private delle famiglie con il quadro più ampio degli eventi sociopolitici. In alto, o forse in plaghe tanto profonde da risultare quasi irraggiungibili, restano comunque la luce dell’amicizia e quella dell’amore, che sono ancora possibili, al di là delle barriere di ceto e di lingua o cultura: soprattutto quando nascono in giovane età, prima che le ferite della vita e le maschere del mondo riescano a insediarsi, inquinando l’anima.
Giovanni Agnoloni
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Le figlie dell’uomo è un romanzo distopico corale di alta qualità, che ben si aggancia alle vicende degli ultimi anni, pur essendo stato scritto da Mauro Caneschi prima della pandemia. Qui siamo di fronte a un problema ben più terribile di quello da cui siamo appena usciti, che porta alla morte di miliardi di persone, e in seguito, quando viene individuato un vaccino efficace, alla sterilità della quasi totalità del genere maschile. Scritto da una molteplicità di angoli visuali e con mano avventurosa e capace di penetrare nell’angoscia delle situazioni evocate, aprendosi su scenari tanto italiani quanto internazionali, questo libro sfida numerosi preconcetti sulla scienza e le dinamiche del mondo, ribaltando l’ordine delle priorità economiche e politiche tra il Nord e il Sud del pianeta e ponendo interrogativi sui limiti cui può spingersi la sperimentazione sulla salute delle persone, anche quando motivata da un’innegabile emergenza. Ecco perché lo considero di grande attualità, oltre che un esempio di narrativa di genere che, in realtà, travalica i generi, fondendoli in una visione del mondo intensa, tragica e mai scevra dal fondamentale anelito all’amore e alla miglior realizzazione del potenziale umano. Dopo La chimera di Vasari e subito prima del suo sequel, appena uscito, Il codice Stradivari, un altro romanzo riuscito dell’autore aretino.
Giovanni Agnoloni
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Venezia, anni Novanta. L’adolescente Alessandro Onofri vive dalla morte dei suoi genitori con una vecchia zia eccentrica, amante dell’esoterismo, con la quale si instaura un rapporto di amore e rispetto reciproco. È un’esistenza quasi normale la sua, tra nuovi amici e primi amori, ma il trauma subito lo porta a confondere fantasia e realtà, a rincorrere il sogno di evocare i fantasmi dei suoi genitori. Per esaudire questo desiderio farebbe qualsiasi cosa. La zia gli ha insegnato che una terra malata genera mostri e forse questo spiega il fiorire di sette sataniche, gli atti di violenza e i delitti rituali che travolgono la città e la sua provincia. Intanto, mentre l’inquinamento del polo petrolchimico di Porto Marghera e le cupe vampe della guerra nella vicina Iugoslavia segnano la fine di un secolo e di un millennio, il mondo di Alessandro è scosso ancora di più dall’arrivo di una nuova insegnante che terrorizza i suoi alunni. È solo malvagia o nasconde qualcosa di più segreto, mentre cerca di attirarlo a sé facendo leva sui suoi desideri più oscuri? Perché cerca di indirizzarlo in un percorso iniziatico che unisce Crowley, LaVey e altri maestri dell’occulto a un pittore russo fiorito tra XIX e XX secolo, tanto misterioso quanto delirante? Solo gli amici, un improbabile maestro di arti tradizionali cinesi e la presenza formidabile della zia e della sua congrega potranno lottare per la sua anima e salvarlo dalle sue peggiori paure. “C’è un legame forte con la Sicilia – dice Scudeletti facendo riferimento a una terra che ama e conosce per il suo legame con Marettimo e le Egadi anche in seguito al suo libro dedicato all’ultimo rais di Favignana, Gioacchino Cataldo – perché è ambientato a Mestre con il Petrolchimico di Portomarghera come protagonista, con le stesse angosce del Petrolchimico di Siracusa”.
Jana Cardinale
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“La laguna dei sogni sbagliati” di Massimiliano Scudeletti (Arkadia): incontro con l’autore e un brano estratto dal romanzo
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Massimiliano Scudeletti è nato e vive a Firenze. Dopo gli studi si è dedicato alla realizzazione di documentari e spot televisivi, prima come sceneggiatore, poi come regista. Ha pubblicato vari libri. Il suo nuovo romanzo, edito da Arkadia, si intitola “La laguna dei sogni sbagliati“.
Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…
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«Perso tra le nuvole malate di Marghera, la cittadina schiacciata tra il Moloch del Petrolchimico e l’incombere monumentale di Venezia», ha detto Massimiliano Scudeletti a Letteratitudine, «mi colse un vecchio brano dei Massive Attack nato quando Tricky e Banksy erano ancora degli sconosciuti: Daydreaming. Forse lì nacque “La laguna dei sogni sbagliati” oppure mi aspettava, comunque.
Dopo il mio primo romanzo, Little China Girl, un noir ambientato nella provincia fiorentina all’interno della mafia cinese, la strada sembrava segnata. Avevo un protagonista, Alessandro Onofri, reporter di guerra, con le caratteristiche giuste per diventare un personaggio seriale, ma ho scartato di lato. Ho scelto di tenermi sì il personaggio, ma di narrarlo bambino in un romanzo di formazione ambientato negli anni ’90 in una Venezia anomala tra la guerra di Jugoslavia, l’inquinamento e il malessere profondo della provincia. Erano esattamente le zone d’ombra che cercavo per le inquietudini di un ragazzino che ha perso i suoi genitori e sta dimenticando il colore degli occhi di sua madre. È necessario dire che è un tributo alle persone che ho amato e perso?
Lo volevo perso in un mondo sognante che da lì a poco svanirà, con un amore impossibile, circondato da bulli a scuola, ma incapace di perdonarsi il peccato di dimenticare. L’ho visto formarsi, determinato e inerme al tempo stesso, come il nostro presente davanti alle seduzioni del male che nel suo caso si esplicano in una strana supplente di matematica che intuisce i suoi desideri e gli offre una soluzione oscura. Già, la supplente, le donne… in realtà sono loro le vere protagoniste: zia Annamaria, donna ferita della storia, che lo adotta; Maria Luisa, donna bambina che gli insegna il dolce-amaro dell’amore e lei, la supplente priva di nome con tutto il suo fascino malvagio. Tutte vogliono cambiare Alessandro e tutte, a loro modo, ci riusciranno.
Un algoritmo (senziente?) di Amazon ha classificato il mio libro nel genere “occulto” e in molti mi hanno chiesto quanto sia importante l’elemento esoterico nel romanzo dato che Alessandro è attirato dal soprannaturale. Io ho sempre immaginato la Laguna come un romanzo di vampiri senza vampiri. In fondo guerra, inquinamento e sfruttamento non richiedono sempre un prezzo di giovane sangue senza avere per forza ali di pipistrello e zanne?
Mentre scrivevo di lui pensavo alla mia strana giovinezza e a chi mi ha insegnato a mescolare i generi letterari in una commistione salvifica. Credo che l’alternativa ai sogni sbagliati sia solo in una biblioteca di Babele dove “Zia Mame” incontra “Il pendolo di Focault”; “In viaggio con la zia” trova “Huckleberry Finn”, “IT” e i testi di Crowley e LaVey. Senza preclusioni. La commistione è esoterica? Forse, ma mi piace pensare alla Laguna come a un romanzo che offre intrattenimento al lettore in cambio di un po’della sua gentile attenzione per le vicissitudini di un ragazzino che è incespicato nella paura più grande dei piccoli.»
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Un brano del romanzo “La laguna dei sogni sbagliati” di Massimiliano Scudeletti (Arkadia)
III
Una cosa però la ricordava. In una sera come quella, una sera dagli stessi colori e profumi, mano nella mano in mezzo ai suoi genitori, si erano fermati davanti a un baracchino che vendeva libri usati e suo padre gli aveva detto: «Prendi quello che vuoi».
Il libraio era vecchio e stanco, stretto in un grembiule nero fuori dal tempo, come il custode di una scuola antica. Alessandro aveva scrutato quel mare di carta, di copertine, di colori come a cercare un orizzonte. Sillabava tra sé i titoli assaporandoli, come davanti al più grande dei misteri. Alla fine aveva deciso per un libro piccolo, quasi un giocattolo, La carica dei 101, con la cattivissima Crudelia che spiava i piccoli e grassi dalmata. In quel momento, nell’aria ferma, conduttrice che precede i temporali di fine estate, era echeggiato il fischio di un treno, come un avvertimento.
«Fra poco pioverà, l’autunno sta arrivando», disse suo padre, ma non ne ricordava bene la voce.
Nella felicità di quell’attimo, di quel tramonto, anzi di quell’inizio di notte, c’era un’aria viola e umida, con una vibrazione di freddo appena accennata che avrebbe ricordato per sempre. Quando l’avesse percepita di nuovo, d’ora in avanti avrebbe saputo che l’estate era finita. Certo, ci sarebbero state altre giornate di caldo impietoso, altre magliette, e pelle abbronzata ed esibita, ma sarebbe stata un’inutile lotta contro ciò che ormai era annunciato.
Eccolo il suo primo ricordo sensoriale, ed era struggente, perché era solo in mezzo al nulla.
Decise che quel nulla qualcuno avrebbe dovuto riempirlo. Loro glielo dovevano. Sapeva soltanto che lui doveva dire a sua madre e a suo padre quello che non aveva potuto.
Quindi non fu attirato con l’inganno, e non fu il coraggioso intento di salvare gli amici a spingerlo, ma la determinazione a evocarli. Era quella l’unica strada per tentare di ritrovare una carezza dei suoi.
E allora si allontanò da via dell’Ingegneria, trafficata da autobotti e camion simili a mostri preistorici. Svoltò per quella che era stata una strada di campagna, circondata dalla palude, dirigendosi verso un capannone abbandonato ancor prima di essere terminato. Era solo l’inizio della decadenza di tutta quell’area: un domani il ferro sarebbe arrugginito, il cemento sarebbe stato intaccato da una nuova lebbra e le strade si sarebbero spaccate rivelando macchie di terra contaminata. Vetri e plastica avrebbero invaso i dintorni, sparpagliati come rifiuti sulla spiaggia spinti dalla risacca dell’abbandono: ma tutto ciò ancora doveva accadere. Alessandro camminava e cantava a bocca chiusa. Era una nenia, una litania o una ninnananna che inconsciamente emergeva a proteggerlo?
A ogni passo, lui e il mondo circostante mutavano come nei fumetti della Marvel. L’erba virava di colore, gas azzurro usciva dalle zolle come fumo da comignoli piantati al centro della terra. Funghi grandi come tartarughe rilasciavano spore color zafferano. Fosgeni incolori e inquinanti purpurei si mescolavano nel suo corpo reagendo e, invece di avvelenarlo, gli conferivano i superpoteri che ogni bambino sogna.
Chiunque avrebbe tremato a sapersi lì da solo, ma in una condizione di malattia può irrompere un coraggio che si trasforma in epica alla faccia del buonsenso. E per Alessandro, vivere senza ricordi era più che un morbo, era un peccato mortale.
Non si era neppure chiesto se avesse un’alternativa. Battersi nel cortile della scuola, sconfiggere quei bulli dei ragazzi più grandi, affrontare il male minore e diventare uno di quelli che non si sono piegati, che hanno saldato i loro conti. Questo sarebbe stato più semplice da accettare per gli altri, ma lui avvertiva un’ambizione maggiore.
Era un’ambizione che, forse non gli era chiaro, poteva perderlo, dannarlo; poteva svuotare per sempre la sua vita. Ma in realtà, come sua zia aveva avvertito con una morsa gelida di consapevolezza al cuore, lui era già perso.
(Riproduzione riservata)
© Arkadia editore
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La scheda del libro: “La laguna dei sogni sbagliati” di Massimiliano Scudeletti (Arkadia)
Venezia, anni Novanta. Alessandro Onofri ha dodici anni e, dalla morte dei suoi genitori, vive con una vecchia zia eccentrica, amante dell’esoterismo, che lo adora. È un’esistenza quasi normale la sua, tra nuovi amici e primi amori, ma il trauma subito lo porta a confondere fantasia e realtà, a rincorrere il sogno di evocare i fantasmi dei suoi genitori. Per esaudire questo desiderio farebbe qualsiasi cosa. La zia gli ha insegnato che una terra malata genera mostri e forse questo spiega il fiorire di sette sataniche, gli atti di violenza, i delitti rituali che travolgono la città e la provincia. Intanto, mentre l’inquinamento del polo petrolchimico di Porto Marghera e le cupe vampe della guerra nella vicina Iugoslavia segnano la fine di un secolo e di un millennio, il mondo di Alessandro è scosso ancora di più dall’arrivo di una nuova insegnante che terrorizza i suoi alunni. È solo malvagia o nasconde qualcosa di più segreto, mentre cerca di attirarlo a sé facendo leva sui suoi desideri più oscuri? Perché cerca di indirizzarlo in un percorso iniziatico che unisce Crowley, LaVey e altri maestri dell’occulto a un pittore russo della metà del secolo scorso?
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Massimiliano Scudeletti nasce e vive a Firenze. Dopo gli studi si dedica alla realizzazione di documentari e spot televisivi, prima come sceneggiatore, poi come regista. Nel passaggio dall’analogico al digitale abbandona l’attività per collaborare con un’agenzia assicurativa che opera prevalentemente nella comunità cinese. Continua a viaggiare nel Sud-Est asiatico per passione. Compiuti i cinquant’anni, decide di dedicarsi completamente alla cultura tradizionale cinese e alla scolarizzazione di adulti immigrati. Nel 2018 pubblica il suo primo romanzo, un giallo con protagonista il videoreporter di guerra Alessandro Onofri, Little China Girl (Betti Editrice), giunto secondo al premio “Tramate con noi” di Rai Radio1, vincitore del premio Emotion al “Premio Letterario Città di Cattolica”. Dopo numerosi racconti, alcuni con protagonista sempre Alessandro Onofri, nel 2019 pubblica il suo secondo romanzo, L’ultimo rais di Favignana. Aiace alla spiaggia (Bonfirraro). I suoi reportage di viaggio sono pubblicati sulla rivista “Erodoto 108”. La sua ultima avventura è la fondazione con un gruppo di amici della “non” casa editrice I libri di Mompracem.
Massimo Maugeri
Il link alla recensione su Letteratitudine: http://bitly.ws/HGEm
Massimiliano Scudeletti, La laguna dei sogni sbagliati, Arkadia edizioni, 2022, collana Senza Rotta.
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Nel nuovo romanzo di Massimiliano Scudeletti ritorna il protagonista del precedente lavoro, Alessandro Onofri – rivelando, in questo modo, la vocazione alla serialità di una scrittura che non è esente da influenze realistiche, (Scudeletti è anche documentarista e videomaker) – e lo situa nella Venezia degli anni ’90, nell’infanzia sognante e tremenda di un orfano e dell’eccentrica e affettuosa zia, amante dell’esoterismo. Cronaca e finzione, mistero e critica ambientale, si amalgamano in una struttura narrativa originale influenzata da maestri come Umberto Eco, Mark Twain, Stephen King, E.F. Wallace fino alla musica dei Portishead. Volontà e inconscio, contrappunto che delinea la linea spezzettata e sinfonica dei personaggi. La scrittura di Massimiliano Scudeletti cerca di porsi oltre i generi e si lascia guidare dalle immagini della memoria, dalla musicalità, dalla voce di un desiderio costante…
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Genesi e desiderio del tuo libro
La Laguna dei sogni sbagliati nasce dal bisogno di svincolarsi da un personaggio senza abbandonarlo.
Alessandro Onofri, dopo Little China Girl, sembrava avere tutte le caratteristiche per diventare un elemento seriale della mia scrittura. Per metterlo al suo posto, prima ho scritto Aiace alla spiaggia che è una sorta di biografia/romanzo epico su Gioacchino Cataldo – ultimo Rais, cioè capo e autorità spirituale dei tonnaroti di Favignana, una storia che con mafia cinese e il noir di Little China Girl ha ben poco cui spartire. Poi, ho deciso di riparlare di Onofri che è sempre rimasto un’oscura presenza nel mio orizzonte degli eventi. In una dizione meno letteraria aveva arti (marziali) e bagagli sul mio pianerottolo e ho sempre odiato gli sgomberi forzati.
Allora l’ho messo bambino in un romanzo di formazione che celebrasse coloro che ho amato, che mi hanno iniziato alla lettura e che mi hanno lasciato. Volevo per loro magia e non elegia, qualcosa che gli ricordasse gli autori che amavano. Soprattutto una riflessione sul male in cui mi ero imbattuto.
Negli anni ’90 la mia carriera di video maker era a una svolta, il lavoro che mi veniva offerto più spesso era di andare a girare nelle cupe vampe del conflitto jugoslavo. Da una parte, l’idea mi attraeva come un pozzo oscuro: la prima guerra europea, i grimoire razziali che emergevano dai secoli freschi come se fossero appena stati scritti, ma dall’altra temevo di bere quell’acqua perché sapevo che mi avrebbe avvelenato. Mi hanno chiesto se avessi paura. No, temevo mi piacesse vivere la guerra senza averne la responsabilità morale.
Proprio in quel periodo, la provincia italiana, sull’orlo della rivoluzione di Internet, era scossa da episodi che la stampa rubricava nel satanismo – i “bambini di Satana”, il caso di quelle due ragazzine che uccisero una suora asserendo che fosse stato il grande maligno a spingerle, la noiosissima querelle sulla musica satanista – e allora mi passò per la mente l’idea di un racconto dove membri di una congrega satanica s’imbattono in una pattuglia di disertori usciti dal massacro di Srebrenica. Forse questa è la genesi de La Laguna dei sogni sbagliati: è davvero necessario un male metafisico a fronte dell’umanissima malvagità? Il resto è Le avventure di Tom Sawyer, In viaggio con la zia, Il pendolo di Foucault, It, Zia Mame. E.F. Wallace che cerca il grande romanzo americano che non arriva, Junot Diaz che dopo averlo scritto, tace. Poi partono gli accordi dei Portishead e so di aver scritto dell’avventura di un ragazzino.
Quando scrivi, godi?
Pubblicare, far conoscere il tuo libro è uno sport di squadra. Scrivere, no. Sei con un asciugamano attorno al collo, con la testa appoggiata alla lamiera dell’armadietto, seduto su di una panca dello spogliatoio. Cerchi di svuotare la testa mentre le frasi si rincorrono. Ti affidi alla memoria muscolare dell’inconscio e speri che quella e il mestiere ti consentano di concludere l’incontro. Ti cali in quella determinazione che i cinesi chiamano ‘Ji’, intenzione. Poi saltelli, non saluti. Può arrivare il colpo a freddo della frase inappropriata che ti porterà a una giornata vuota. Oppure: ‘fatto’, come dice Féraud nel film I duellanti ferendo l’eterno avversario. Finisce in maniera veloce e quello che volevi dire è lì che ti guarda dallo schermo. Flawless KO. È finita e ti senti svuotato con quella sorta di languore post coitum dove tutto è un po’ malinconico. Più nel senso tedesco del Fernweh, del volersi trovare in un luogo dove non sei stato, più che lo struggersi per un passato.
Un estratto dal libro che è risultato più difficile o particolarmente importante: perché?
«Ma i fantasmi esistono?» Alessandro continuava sulla sua strada.
«Tutto intorno a noi c’è qualcosa d’invisibile che possiamo decidere come percepire».
«È come quando dici che dobbiamo vedere oltre, oltre l’aspetto delle cose?».
«Proprio così». Batté le mani soddisfatta: «Di una cosa magica si può dire che è strana, bella o misteriosa, e non solo se è vera o falsa. Per alcuni non è fondamentale. Quelli che scrutano le ombre non hanno niente a che vedere con gli zotici che dividono il mondo in vero o falso. Il vero cacciatore di ombre, il vero Schattenjäger, ricerca il lato inconsueto delle cose e alla certezza della luce del mezzogiorno preferisce il crepuscolo».
Un brano che potrei dire di aver scritto in piena trance agonistica per continuare il discorso di prima. Poi, sono poi venuti altri a dirmi che per loro era il senso del libro. Non me ne ero accorto.
Invece c’è un pezzo sulla determinazione a recuperare la memoria che contiene tutte le mie idee sulla scrittura d’avventura italiana che non deve scimmiottare quella anglosassone. Mi piacerebbe che si dicesse: “come scrive Scudeletti?”. Così:
Aveva poco da ricordare, Alessandro, poco. Il dramma vissuto aveva scavato un buco nero nei suoi ricordi. L’aveva sempre affascinato la teoria che la zia gli aveva raccontato una volta come se fosse una fiaba: la vecchia stella che, stanca di emettere luce, collassa al suo interno e si fa più piccola, attirando la sua massa mentre tempo e spazio perdono significato.
Così quel poco che aveva era stato inghiottito.
I suoi genitori non gli avrebbero raccontato se da neonato li lasciava dormire o meno, né quale fosse stata la sua prima parola o a che ora fosse nato. Tutte quelle cose che i bambini, gli altri bambini, si sentono ripetere per anni nel tedio delle giornate di festa, fino a che non diventano parte della loro vita e, ripetute, acquistano concretezza coagulandosi in qualcosa di più di un ricordo personale: in un uomo o una donna.
Del resto, anche di mamma e papà sapeva poco: qual era il loro film preferito? Com’erano prima che arrivasse lui nelle loro vite? Avevano ballato da soli, bevuto, e si erano seduti come se non esistesse il mondo intorno a loro?
Una cosa però la ricordava. In una sera come quella, una sera dagli stessi colori e profumi, mano nella mano in mezzo ai suoi genitori, si erano fermati davanti a un baracchino che vendeva libri usati e suo padre gli aveva detto: «Prendi quello che vuoi».
Il libraio era vecchio e stanco, stretto in un grembiule nero fuori dal tempo, come il custode di una scuola antica. Alessandro aveva scrutato quel mare di carta, di copertine, di colori come a cercare un orizzonte. Sillabava tra sé i titoli assaporandoli, come davanti al più grande dei misteri. Alla fine aveva deciso per un libro piccolo, quasi un giocattolo, La carica dei 101, con la cattivissima Crudelia che spiava i piccoli e grassi dalmata. In quel momento, nell’aria ferma, conduttrice che precede i temporali di fine estate, era echeggiato il fischio di un treno, come un avvertimento.
«Fra poco pioverà, l’autunno sta arrivando», disse suo padre, ma non ne ricordava bene la voce.
Nella felicità di quell’attimo, di quel tramonto, anzi di quell’inizio di notte, c’era un’aria viola e umida, con una vibrazione di freddo appena accennata che avrebbe ricordato per sempre. Quando l’avesse percepita di nuovo, d’ora in avanti avrebbe saputo che l’estate era finita. Certo, ci sarebbero state altre giornate di caldo impietoso, altre magliette, e pelle abbronzata ed esibita, ma sarebbe stata un’inutile lotta contro ciò che ormai era annunciato.
Eccolo il suo primo ricordo sensoriale, ed era struggente, perché era solo in mezzo al nulla.
Decise che quel nulla qualcuno avrebbe dovuto riempirlo. Loro glielo dovevano. Sapeva soltanto che lui doveva dire a sua madre e a suo padre quello che non aveva potuto.
Quindi non fu attirato con l’inganno, e non fu il coraggioso intento di salvare gli amici a spingerlo, ma la determinazione a evocarli. Era quella l’unica strada per tentare di ritrovare una carezza dei suoi.
E allora si allontanò da via dell’Ingegneria, trafficata da autobotti e camion simili a mostri preistorici. Svoltò per quella che era stata una strada di campagna, circondata dalla palude, dirigendosi verso un capannone abbandonato ancor prima di essere terminato. Era solo l’inizio della decadenza di tutta quell’area: un domani il ferro sarebbe arrugginito, il cemento sarebbe stato intaccato da una nuova lebbra e le strade si sarebbero spaccate rivelando macchie di terra contaminata. Vetri e plastica avrebbero invaso i dintorni, sparpagliati come rifiuti sulla spiaggia spinti dalla risacca dell’abbandono: ma tutto ciò ancora doveva accadere. Alessandro camminava e cantava a bocca chiusa. Era una nenia, una litania o una ninnananna che inconsciamente emergeva a proteggerlo?
A ogni passo, lui e il mondo circostante mutavano come nei fumetti della Marvel. L’erba virava di colore, gas azzurro usciva dalle zolle come fumo da comignoli piantati al centro della terra. Funghi grandi come tartarughe rilasciavano spore color zafferano. Fosgeni incolori e inquinanti purpurei si mescolavano nel suo corpo reagendo e, invece di avvelenarlo, gli conferivano i superpoteri che ogni bambino sogna.
Chiunque avrebbe tremato a sapersi lì da solo, ma in una condizione di malattia può irrompere un coraggio che si trasforma in epica alla faccia del buonsenso. E per Alessandro, vivere senza ricordi era più che un morbo, era un peccato mortale.
Non si era neppure chiesto se avesse un’alternativa. Battersi nel cortile della scuola, sconfiggere quei bulli dei ragazzi più grandi, affrontare il male minore e diventare uno di quelli che non si sono piegati, che hanno saldato i loro conti. Questo sarebbe stato più semplice da accettare per gli altri, ma lui avvertiva un’ambizione maggiore.
Era un’ambizione che, forse non gli era chiaro, poteva perderlo, dannarlo; poteva svuotare per sempre la sua vita. Ma in realtà, come sua zia aveva avvertito con una morsa gelida di consapevolezza al cuore, lui era già perso.
Se non fosse scrittura, cosa potrebbe essere il tuo libro?
Io faccio cose per alcuni un po’ strane: per esempio scrivo sempre la fine di un romanzo prima del resto, non per scelta ma perché mi è chiara fin dall’inizio e ne ho la riprova. Tutti i romanzi di cui non ho scritto la fine sono ancora lì con quegli occhi da uccelli con l’ala spezzata. Altra cosa un po’ anomala è che io scrivo con la musica ad alto volume, ininterrottamente. Alcuni amici, scrittori sicuramenti più bravi di me, inorridiscono, ma è il mio innesco. Poi guardo moltissime immagini. Mi ricordo che per parlare del Petrolchimico di Porto Marghera avevo selezionato un centinaio d’immagino che facevo passare random sullo schermo ascoltando musica anni ’90: Una terra malata genera mostri. Preferisco non parlare di quello che ho dovuto fare per ricreare l’ambiente delle congreghe sataniche o l’esplorazione del Dark Web per un prossimo romanzo. Quindi, se non fosse un libro sarebbe una voce narrante sopra delle immagini che scorrono. Con una colonna sonora molto, molto rilevante.
Che rapporto hai con la censura?
A volte ho nostalgia di una censura chiara, prevedibile, come quella italiana della I Repubblica che colpiva Pasolini e Zavattini e costringeva a schierarsi, apertamente. Scherzo, ovviamente, ma in un viaggio in Iran di qualche anno fa, appena prima della vittoria dei conservatori che avrebbero portato alla rivolta in corso, mi resi conto – non ci voleva molto – che erano le donne l’anello debole della catena di controllo. Per i maschi tutto era peccato veniale, per le femmine mortale. Però molti comportamenti non censurati, i capelli che sfuggivano dal velo, la cura nel vestire, erano tollerati e quindi quasi sopportabili per le giovani generazioni. Poi, un giro di vite ha cambiato tutto ed è iniziata una nobile lotta dimenticata. La censura definisce il tuo agire, credo.
Per te scrivere è un mestiere o un modo di contestare lo status quo?
Fare il giornalista nelle Tv private e poi scrivere storyboard di documentari o video istituzionali, sceneggiature, mi ha fatto guadagnare bene. L’ho sempre ritenuta una fortuna: ero giovane e facevo una cosa che mi piaceva maledettamente. Oggi, scrivere è altro. Parlavo con Emilio Rentocchini, il poeta – parlavo è inesatto, pendevo dalle sue labbra – e lo sentivo affermare che la poesia è un affare da persone mature, che sei costretto a passare per il crogiolo degli anni perché la fionda della tua espressività ti scagli a bordeggiare il baratro. Da ragazzo mi sarei infuriato per questa generalizzazione, ma ora ne tengo di conto benché ami i giovani che provano a scrivere in questa società geriatrica. Contesto lo status quo? Finché non ne fai parte è semplice e quindi credo che la parte di bastian contrario mi calzerà a pennello a lungo.
Io odio i generi, credo con Pinketts che “i generi letterari siamo i bracci della morte della letteratura”. L’ha detto lui in maniera migliore di quanto io possa mai fare, perché girarci attorno?
Allora rimangono le mie storie dove si mescolano le periferie schiacciate dalle bellezze monumentali, le città da cartolina si arrotolano e ingialliscono, e i mari da agenzia turistica rivelano una fatica arcaica. La c aspirata del toscano si unisce al rotacismo cinese; il dramma del Petrolchimico di Marghera diventa paradigma di tutta la brutalità dell’aut-aut padronale: salute versus occupazione. La guerra di Jugoslavia la declinazione delle nuove guerre così identiche alle precedenti e in tutto questo rimane saldo solo il mio patto con il lettore: tu ascoltami e io t’intratterrò. È essere contro lo status quo?
Gianluca Garrapa
Il link all’intervista su Satisfiction: https://tinyurl.com/5cw2tyvd
Siamo negli anni Novanta, e Alessandro Onofri vive la sua adolescenza di ragazzo orfano tra Venezia e Porto Marghera, presso una famiglia affidataria e a stretto contatto con l’eccentrica zia. Alessandro, originario di Firenze, sperimenta la prima cotta per Maria Luisa, le angherie dei bulli della scuola, che lo prendono di mira, e l’arrivo di una supplente dal comportamento quantomeno inquietante. I fumi tossici delle industrie di Marghera stanno mietendo sempre più vittime innocenti, mentre il protagonista matura un crescente interesse per l’esoterismo e l’occulto, motivato dal desiderio di potersi mettere in contatto con i genitori morti. L’esistenza di Alessandro viene sconvolta dalla morte violenta di due ragazzi che conosceva: Barbara, un’amica di Maria Luisa, e Andrea Piazon, un compagno di scuola. Alessandro deciderà di indagare, insieme al suo nuovo amico Ivan e a Maria Luisa sui due misteriosi omicidi, che sembrerebbero opera di un culto satanico.
Un romanzo impossibile da classificare
Romanzo che sfugge a una precisa classificazione, La laguna dei sogni sbagliati attraversa diversi generi letterari: è romanzo di formazione, ma anche horror e con venature thriller. Con un’ottima scrittura, Massimiliano Scudeletti riporta sulla carta il personaggio di Alessandro Onofri, videoreporter già protagonista di “Little China Girl” e di altri racconti. Un romanzo originale, che non lascia indifferenti e sviscera temi profondi e di grande interesse, che non mancheranno di suscitare spunti di riflessione nei lettori.
Pierluigi Porazzi
Il link alla recensione su Sugarpulp: https://bit.ly/3LWSGlE