«Il libro di Martini è un piccolo poemetto, sia pur in prosa, sul velleitarismo quale latente dimensione sottesa al carattere e al comportamento conseguente di molti di noi.» Claudio Strinati
Vi è dunque una relazione così simbiotica, come traspare in maniera potente dalle pagine di questo romanzo, tra il desiderio perseguito con la più feroce e tenace purezza e la velleità?
È uno dei tanti temi de Il desiderio imperfetto che, tramite la metafora dell’arte della scrittura, esalta le complessità alla base di ogni desiderio in maniera universale, radicandosi nella natura e nei rapporti umani con tutte le sue immancabili dicotomie. Le vocazioni irrinunciabili da perseguire, la lotta costante e introspettiva che ogni individuo prova durante il suo percorso di vita, i legami d’amicizia come antico archetipo di purezza, le radici famigliari come trampolino personale per la formazione avvenire, sono le tante materie che l’autore tratta con spontanea e innata eleganza, e delicato equilibrio, in questo romanzo stratificato dagli svariati risvolti umani. Il libro, uscito il 17 gennaio 2025 con la casa editrice Arkadia, è stato proposto dal critico d’arte Claudio Strinati per il Premio Strega 2025; l’autore, Sebastiano Martini, non è un emergente tra i nomi della lista della selezione, già nel 2023 il critico letterario Giovanni Pacchiano presentò per la prima volta Il mare delle illusioni (Arkadia, 2023). Fabrizio ed Enrico, conosciutisi tra i banchi dell’unica scuola elementare di Montemarcello, sono legati da una profonda e solida amicizia; quando da piccoli furono ripresi dalla maestra con l’accusa di essersi copiati a vicenda durante la stesura di un tema, mai avrebbero immaginato negli anni a seguire che quell’episodio avrebbe così determinato il loro legame e la loro visione della vita. Così piccoli, ma già con caratteri ben definiti: Enrico, solare, determinato, in quell’occasione confida all’amico il desiderio di diventare un artista, precisamente un pittore; Fabrizio, più introverso e riflessivo, non sa ancora che strada sceglierà, ma la passione e la curiosità che crescono leggendo i grandi classici, in maniera più silente faranno germogliare un sogno, un’esigenza, una necessità inestinguibile: scrivere.
«Scrivere è un impulso al quale non so resistere, è ciò che mi fa alzare la mattina, che mi tiene in vita, che mi toglie il sonno.»
Quindi Montemarcello, paesino incastonato tra la ricca vegetazione ligure, affacciato sul Golfo dei Poeti, che costituisce la suggestiva e sostenuta cornice che sublima l’inseguimento del desiderio di Fabrizio di diventare uno scrittore, di poter quindi dedicare la sua vita alle parole, come mezzo necessario per canalizzare la sua espressività. Questo luogo scelto dall’autore è già di per sé un messaggio metaforico, Montemarcello, con Punta Corvo, era una località estiva molto amata da scrittori, giornalisti e intellettuali tra i quali Montanelli, Bocca, Fortini, Sereni e Montale. L’autore, con occhi sensibili per la natura affascinante dei luoghi marini, come Biamonti e Campana descrive questo luogo potenziandolo con una prosa lirica, rendendo omaggio a due grandi archetipi letterari: il mare e la figura della balena che, con la loro forza e il loro mai svelato mistero, sono elementi incontrollabili, generatori di occasioni.
«Un geco sospeso nel bianco, attende in statica quiete che il sole scaldi i mattoni, che il vento avvicini a lui qualche minuscola preda: un piccolo rettile di grigio maculato a ricordargli che, dopotutto, è un uomo mediterraneo.»
Nella narrazione dalla trama articolata su diversi livelli temporali, oltre Enrico, nella vita di Fabrizio si alternano figure che a loro modo influenzano e influenzeranno quest’ultimo e il suo destino, personaggi dalla piena, rotonda ed efficace caratterizzazione, che si relazioneranno con il protagonista, chi con purezza, chi con ambiguità, chi con discreta vicinanza, come una non detta geometria disegnata e atta a esaltare le differenti varietà dell’indole umana.
«Siamo soltanto degli illusi, dei velleitari. Conosci il significato della parola velleità?»
Leggendo le pagine di Martini si trova anche la risposta, legata non solo alle vicende e alla natura dei personaggi, ma anche al titolo. Non vi è la necessità di essere artisti per porsi un interrogativo del genere, è nell’stinto umano coltivare piccoli o grandi sogni, curare desideri perfetti o imperfetti, cullare illusioni, ed è questo che rende questo romanzo così ben congegnato, un momento di concreta riflessione. In una cornice fascinosa, in una vibrazione quasi onirica, la scrittura potente ed evocativa dell’autore veicola con profondità diversi messaggi, ma quello dal vigore più impattante è il sottointeso che l’autore tramette ai lettori: l’importanza e la rilevanza che noi e gli altri attribuiamo alle velleità nelle nostre vite.
Federico Conte
La recensione su Exlibris 20
Martedi 18 marzo alle 18.00
Presentazione del libro di Marisa Salabelle
La bella virtù
Arkadia
Dialoga con l’autrice Massimiliano Scudeletti
Ero femmina, e i miei genitori non mi avevano mandato a scuola guida, perché tanto una donna cosa se ne fa della patente, se deve andare in qualche posto la può sempre accompagnare il padre, il marito o un fratello. Infatti i miei fratelli guidavano, eccetto Nando e Bastiano, ovviamente, che erano ancora piccoli.
Seguito de Gli ingranaggi dei ricordi, in queste pagine ritornano i giovani Felice e Maria Ausilia nel periodo del loro fidanzamento e poi del lungo matrimonio. Mentre la figlia Carla rievoca la malattia e la morte del padre, Kevin, suo figlio, studente universitario, dedica la propria tesi magistrale alle vicende della famiglia del nonno materno, ricostruendo intrecci tra casate più o meno nobili del Napoletano e dell’Avellinese e indagando sul legame di parentela tra il nonno Felice e il santo Giuseppe Moscati. In questa nuova puntata di una saga famigliare che si dipana nel periodo tra il Dopoguerra e i giorni nostri, attraverso plurime voci narranti, conosceremo sempre più a fondo i personaggi di questo potente e sapiente affresco.
Felice, giovane intelligente e volitivo ma dal carattere aspro; Maria Ausilia, che si rivela una ragazza e poi una donna molto determinata, con un sentimento ambivalente verso il fidanzato e poi marito, che ama ma con il quale ha un rapporto conflittuale. E poi Carla, molto legata al padre, del quale tuttavia non ignora i limiti e che segue con grande pietas durante la sua malattia. Infine Kevin, studente un po’ riluttante e scettico, ma impegnato con successo nel ricostruire la storia familiare. Ancora una volta Marisa Salabelle riesce a costruire una storia di affetti affascinante e ricca di profondità.
MARISA SALABELLE, nata a Cagliari nel 1955, vive a Pistoia dal 1965. Laureata in Storia all’Università di Firenze, ha frequentato il triennio di studi teologici presso il Seminario arcivescovile della stessa città. Dal 1978 al 2016 ha insegnato nella scuola italiana. Nel 2015 ha esordito con il romanzo L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu (Piemme), seguito nel 2019 da L’ultimo dei Santi (Tarka) e nel 2022 dal giallo Il ferro da calza (Tarka) I primi due romanzi sono stati finalisti al Premio letterario La Provincia in Giallo, rispettivamente nel 2016 e nel 2020. Con Arkadia Editore ha pubblicato la saga famigliare Gli ingranaggi dei ricordi (2020) e La scrittrice obesa (2022).
La segnalazione su Cheventi
La primavera si avvicina, e tra i primi raggi caldi e le primule, spuntano anche tantissimi nuovi titoli in libreria. Partiamo con Alec Ash e il suo Lanterne in volo, in uscita per add, che racconta la Cina attraverso gli occhi di sei millenial. Con nottetempo invece ci addentriamo nei ricordi di una vita, raccontata attraverso gli sguardi degli altri, attraverso chi ha fatto di testimone a questa vita: La tigre e l’usignolo di Mauro Garofalo vi aspetta in libreria. Per chi invece vuole addentarsi nei miti letterari, Il Saggiatore propone una nuova serie: si tratta delle Mappe letterarie, per scoprire passo per passo i luoghi di Dracula, Odissea, Frankenstein, Orgoglio e pregiudizio, La signora Dalloway e L’isola del tesoro. Un presente caleidoscopico e un passato pesante di mescolano invece in Autogrill di Alessandra Gondolo, per 8tto edizioni, dove la protagonista dovrà rimmergersi nei suoi ricordi e chiudere il dolore del suo passato, una volta per tutte. Rimaniamo sempre in Italia, questa volta in Campania, mentre il Vesuvio erutta e le famiglie e il territorio devono ripensarsi, reinventarsi. Per effequ esce I fuochi della terra di Raffaele Mozzillo. Ci spostiamo alle Canarie per seguire la vita comica e disperata di Meryem, giovane commessa alle prese con le assurdità della vita in Supersaurio di Meryem El Mehdati, in uscita per Blackie. Con Radici Edizioni invece scopriamo una terra e la sua natura, l’Abruzzo, attraverso voci di donne che ne hanno parlato e ne hanno tratto ispirazione: Scellerate di Antonella Finucci. Parliamo sempre di donne ma ci spostiamo in Giappone, alla scoperta di ribelli che non si sono conformate: Rossella Marangoni con Yamanba – Donne ribelli del Giappone, edito da Mimesis. Quante possibilità ci sono? Quante scelte abbiamo? E cosa nasce da ogni scelta? Sicuramente dei racconti come dimostra Le possibilità di David Eloy Rodríguez, in libreria per Arkadia Editore. Tra le uscite del mese di Fazi invece segnaliamo Carla Madeira con Preludio, storia di una famiglia complessa, ai margini, traumatizzata da ferite e segreti. Quanto mai attuale è invece la tenera e drammatica storia d’amore tra un’isrealiana e un palestinese raccontata da Sari Bashi in Maqluba – Amore capovolto, in libreria per Voland. Per 66thand2nd invece troviamo un libro che vi manda in cortocircuito: William Shatner baciava da dio di Fabrizio Patriarca. Amore, Ai, una roma fascista, coinquilini bizzarri, lutti e burocrazia infinita. Cosa volete di più?
La segnalazione su The Bookish Explorer
“Mio padre si chiamava Felice, ma felice davvero, in vita sua, credo che non lo sia mai stato. Fu una delle romanticherie del nonno Giulio, il padre di mio padre, quella di affibbiare ai figli nomi di buon auspicio.”
Ritorna l’emozionante storia di Felice e Maria Ausilia protagonisti del precedente romanzo di Marisa Salabelle, Gli ingranaggi del tempo, oggi, ormai anziani, ricordano la gioventù, il loro incontro alla fine della seconda guerra mondiale mentre affrontano la malattia in fase terminale di Felice. La bella virtù, pubblicata sempre da Arkadia editore, la cui narrazione si snoda a più voci, quella di Carla che è rimasta sempre accanto ai suoi genitori prendendosi cura dell’anziano padre durante la malattia, un cancro al pancreas che lentamente lo riduce in uno stato di disabilità e che non riesce ad accettare per il suo temperamento schivo e conservatore; Kevin, figlio di Carla, intento a conseguire la laurea magistrale in storia ricostruendo la genealogia della sua famiglie e del legame tra il nonno materno e San Giuseppe Moscati. E poi ci sono Felice e Maria Ausilia che si alterno tra passato e presente, un arco di storia che arriva fino ai nostri giorni, al 2019 quando la crisi pandemica ha fatto il suo ingresso devastante nel mondo. La bella virtù attraversa un arco di tempo lungo più di cinquant’anni, con i suoi cambiamenti, le sue rivoluzioni sociali, le conquiste di genere di fronte a un’epoca conservatrice e spesso reazionaria verso l’universo femminile.
“Perché nel matrimonio il rapporto carnale tra gli sposi è finalizzato alla procreazione, perciò io avrei dovuto limitarmi a compiere l’atto fecondativo senza tanti fronzoli, altrimenti la bella virtù dove sarebbe andata a finire? ”
Ricorda così i buoni precetti impartiti a Felice dal suo mentore don Angioni, un’educazione religiosa che rispecchiasse un comportamento virtuoso e che oggi sembra sparito davanti a una evoluzione dei costumi e l’emancipazione femminile; Felice e Maria Ausilia con il loro rapporto conflittuale a volte contraddittorio ma sempre uniti negli anni fino alla fine.
Con una scrittura che sempre appaga il lettore, Marisa Salabelle affronta temi universali cari a noi lettori, quali l’amore familiare, la conoscenza e l’identità, il confronto generazionale lungo un arco temporale che coinvolge le voci narranti, dando una focalizzazione ad ampio spettro alle emozione, caratterizzando sapientemente ogni personaggio, tratteggiandone l’emotività di fronte agli accadimenti della vita.
“Non ero pronta a perderlo. Era l’uomo che amavo, l’uomo della mia vita. Certo, avevo mio marito e mio figlio, e amavo moltissimo anche loro, ma con mio padre non c’era gara. E dire che non era neanche particolarmente amabile: non importa. Mi bastava vederlo là, sulla sua poltrona, le mani piene di macchie, il viso ancora bello…”
Perché adoro la scrittura di Marisa? Perché riesce sempre a stupirmi, a coinvolgermi, a essere parte di quella storia, immortalando personaggi indimenticabili, romantici, ironici, audaci, a volte inafferrabili, contraddittori e autentici.
Marisa Salabelle. È nata a Cagliari il 22 aprile 1955 e vive a Pistoia dal 1965. È laureata in Storia all’Università di Firenze e ha frequentato il triennio di studi teologici presso il Seminario arcivescovile della stessa città. Dal 1978 al 2016 ha insegnato nella scuola italiana. Nel 2015 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu (Piemme). Nel 2019 ha pubblicato il suo secondo romanzo, L’ultimo dei Santi (Tarka). Entrambi i romanzi sono stati finalisti al Premio letterario La Provincia in Giallo, rispettivamente nel 2016 e nel 2020. Nel settembre 2020 è uscito il romanzo storico-famigliare Gli ingranaggi dei ricordi (Arkadia Editore) e nel 2022 Il ferro da calza (Tarka), un giallo con ambientazione appenninica. La scrittrice obesa 2022. Suoi articoli e racconti sono apparsi su riviste online e antologie cartacee.
Loredana Cilento
La recensione su Mille Splendidi Libri e non solo
Cosa può fare la Letteratura in un tempo in cui la realtà, spesso manipolata dalle alte sfere, pare non offrire più alcuna via di uscita? Può essa costituire un’isola felice, un rifugio, o non sarebbe, piuttosto, il caso essa offrisse quell’angolo visionario da cui trarre forza per continuare a credere di potere dare alla realtà una forma immaginata e conforme a un piano dei desideri? Trattasi, quest’ultimo, di quello strato dentro cui si perdono le mancanze e i bisogni più profondi di chi sceglie di votarsi alla logica dell’immediato soddisfacimento di mancanze e bisogni più superficiali e più facilmente realizzabili dal sistema che tiene al guinzaglio le innumerevoli potenziali teste pensanti. Esiste un modo per sovvertire lo stato delle cose ed esso coincide con il non rinunciare ad essere teste pensanti. La Letteratura è, a ben guardare, un potente strumento in questa direzione, anche laddove non sia esplicitamente uno scritto dal sapore politico. Allora, qui, come piace fare a noi, partiamo dall’irrisolto, per prevalente logica dell’intero, per viaggiare, scegliendo di fare entrare, nello spazio del nostro pianeta, un elemento spesso imprescindibile della narrazione, eppure in sé potenzialmente irrisolto, quel paesaggio che, tanto caro ad alcuni scrittori, può essere solo un paesaggio o molto di più o, forse, nell’istante in cui è solo il paesaggio, qualcosa di talmente dirompente da potere stravolgere lo sguardo verso l’orizzonte. Questo perché, condizionati da ciò che il nostro sguardo include, per merito della parola di chi scrive, potremmo imparare a concepire diversamente, rispetto al pensiero imposto, il nostro domani. Chissà. Lavoro estremamente sottile, che necessita per svolgersi di un sostrato adeguato, di quelle nicchie dentro cui ci intrufoliamo volentieri. E di libri, dunque. Quelli che oggi ci aiutano a compierlo, il lavoro e ancora prima il viaggio, libri che sanno di posti lontani e vicini, di epica e forza immaginativa, di ciò che è a un passo da noi, ma che di noi racchiude anche l’altrove possibile.
Diventa, in qualche modo, un altrove, Lanzarote in un omaggio all’isola che si vorrebbe imporre esclusivamente come una guida integrale, ma che è molto di più, nell’atto in cui il potere della Letteratura travalica l’esistente talvolta anche per connotarlo, restituendogli un passato, un intreccio di vicende, dei personaggi e tutto ciò che occorre perché la Storia non passi senza lasciare memoria su di esso. È l’insolito omaggio all’isola natia che compie Agustin Espinosa in un recente titolo edito da Arkadia, nella serie Xaimaca, traduzione di Alessandro Gianetti: “Lancillotto 28°-7°”. Lo scrittore, nato sul finire dell’800, appartenente al filone surrealista e poco conosciuto nel nostro Paese, ci offre lo spunto ideale di partenza per l’approccio al discorso da cui abbiamo scelto di compiere questa peculiare navigazione che avrà un approdo nel nostro Paese in città dominate dal mare passando per la Corsica e, forse, anche da certe piccole realtà di provincia che, come Bologna nello sguardo di Luca Carboni, sono densamente popolate di quella giallognola malinconia dietro cui si annidano le nostre fragili resistenze a un tempo che si impone con la sua arroganza, avanzando veloce verso una fine collettiva. In un breve accenno introduttivo morfologico, Espinosa ce la racconta brevemente: l’isola più orientale dell’arcipelago delle Canarie, ricorda un cavalluccio marino che salta un ostacolo o, meglio, prossimo a saltare l’ostacolo blu che lo separa dall’Africa, in un delicato gioco di equilibri e attrazioni che gli impongono una necessità identitaria per sfuggire all’ingordigia africana. Sarebbe un punto nel nulla di fronte al resto intorno, che sia il mare o l’imponenza del continente africano, se non fosse per l’opera che lo scrittore spagnolo sceglie di dedicare ad essa, raccordando al suo smarrimento un processo di costruzione di identità che non può assolutamente prescindere dalla Letteratura, da uno sguardo epico, da una memoria che, anche se fittizia, ha la forza di una visione, nasce dal congiungere fatti, personaggi e storie a luoghi differenti da quelli per cui in origine sono stati concepiti e non per questo perde il ruolo di essere il sostrato insostituibile del nostro presente. Perché la Letteratura ha la forza di generare mondi, di dare sostanza e credibilità a ciò che la mente esclusivamente razionale e scientifica non riuscirebbe non solo a tenere in piedi, ma neanche ad accogliere nell’universo delle infinite possibilità.
In fondo, ce lo dice chiaramente l’autore: “La letteratura deve imporre il proprio ritmo vivo alla terra inedita. Non è stato altrimenti che il mondo ha visto per secoli l’India creata da Camoens o la Grecia di Omero, la Roma di Virgilio, l’America di Ercilla o la Spagna che inventarono i nostri romanzi antichi. Una terra senza una forte tradizione, senza un’atmosfera poetica, soffre la minaccia di un fatale offuscamento”. Questo spiega abbondantemente l’urgenza della creazione di un mondo poetico, di una mitologia trainante che abbiano il potere di dare alla vita una Lanzarote diversa, non più destinata a non passare al setaccio della memoria, ma qualcosa che resta, in cui sir Lancillotto possa muoversi liberamente, entro i margini che ne segnano la fine storica e geografica, possa confondere i piani, generare quella confusione dentro cui può farsi strada un immaginario, una nuova storia, una geografia integrale di Lanzarote, come la chiama Espinosa. Isola di penitenza, ma anche isola di ritiro, in cui rivedere il passato, “il suo nordico innamoramento”, “il suo tristanismo dei vent’anni”. Per merito di Lancillotto, l’isola si riempie di castelli britannici e labirinti sotterranei, diventa il palcoscenico epico di un imponente apparato cavalleresco, luogo di elezione in cui leggere Omero, Lucano, Apollonio Rodio, in cui portare l’epica nell’epica dimenticando il nulla a cui la confinerebbe la realtà sterile, incrementando il potere visionario, omerizzando, mediterraneizzando l’esistente fondato già su una finzione, la bugia necessaria alla sopravvivenza dell’isola. Non solo luogo di memorie, non solo stimolo alla rievocazione di antiche gesta, ma anche testimonianza dell’ultimo scorcio di vita di Lancillotto, delle sue abitudini e dei suoi diversivi, oltre che suo approdo finale nell’ubicazione di un sepolcro da omaggiare. Espinosa non si accontenta di percorrere esclusivamente questa via, mescola le carte e le confonde, ancora una volta: così c’è anche spazio per il cammello di Lanzarote, cammello con aratro, attore dalla grazia triste, dall’arte incompresa, cammello per pochi, c’è spazio per la geometria orizzontale e bianca di Nazareth, composta di parallelepipedi terrestri che si specchiano nei prismi generati dalle nuvole basse nel cielo che la sovrasta e dove aria e cielo restituiscono la densità e l’esistenza delle cose, c’è spazio per Mozaga che, in un gioco di dadi e destini, complice il vento, si allontana o si avvicina rispetto alla sorella Nazareth, in un equilibrio deciso dal fato più o meno propizio e dalla direzione che assume l’idea di liberazione. E, poi, c’è il vento, grande cacciatore di retorica, vento instabile per definizione che attraversa il deserto del Sahara e l’Egitto delle piramidi, nel tentativo di assecondare la sua anima eroica, e che rappresenta esso stesso un eroe, un eroe marino, ma non come Odisseo specificamente marino, un eroe dall’eroismo spezzato in terra che, interrotto nel suo affacciarsi intrepido alle cose, rompe i tempi classici, tarda l’arrivo a destinazione e se ne serve per cogliere la forza dell’attimo nell’esercizio del presente che si dipana nella sua certezza, l’unica, che abbia in sé un tremito, di cui si possa godere. E, così come c’è il vento, c’è anche la palma che, col vento di Lanzarote, diventa giostra, mulino, roulette, diventa le infinite possibilità di ciò che potrebbe essere per assimilazione o invidia, ma non è, se non con la complicità di un eroe fondamentale dell’isola. Allora, accade che il mulino, segno d’Occidente, vada a congiungersi con la palma, segno d’Oriente, preannunciando, quando ci si muova nei pressi di Tinajo, ciò che sarà la mostra bizantina di quel luogo, non solo con la chiesa, il sacerdote, la casa cupolare e i camini, ma anche nell’immaginario che lo sovrasta, perché le fonti per potenziarne la visione non saranno più Correggio o Rousseau, ma tutto ciò che è ad est, mentre la storia si tingerà degli umori russi, rievocando le gesta di cavalieri russi nel galoppo dinamico di un giovane monaco tuttofare a presidio della chiesa, destinato a scendere da cavallo per indossare le vesti ufficiali del pope. Ai piedi della montagna di Guanapay c’è Teguise, accostato all’immagine di un angelo custode, un paese, piccolo, ma vivace, pieno di donne dalla camminata da giaguaro e dallo sguardo da spose di un film yankee, paese di nascita dell’autore di “El Pensator”, quel Clavijo y Fajardo, che dovette imparare dal luogo una fiducia nel destino che nessuno è in grado di trasmettere, congiungendo in maniera maldestra e disonorevole per la malcapitata le vicende spagnole a quelle francesi in un turbinio di vortici amorosi inconcludenti. E non finisce qui il percorso narrativo che si avvale anche di ulteriori contributi: della partecipazione del soleggiato pozzo di Lanzarote, dell’ordine classificatorio degli ospiti di Puerto de Naos, di quello che Espinosa definisce “un pezzo di blu rubato all’Oceano”, il lago di Janubio, col suo variegato popolo di pesci, le sue paludi salmastre, i suoi uccelli bianchi che lì fanno regolare tappa, le sue saline in cerca, senza esito finale, di una forma non ancora inventata che le rappresenti davvero, esattamente come le donne, saline tanto bianche da potere essere dolci in un latte cristallino e tanto audaci da generare un paesaggio innevato, da confondere i piani, l’orientamento, la navigazione, latrici di un sale da pescare con le canne esposte alla luce della luna. C’è, infine, spazio per Arrecife, paese con la paura del mare, condannato dall’Oceano in uno spavento perenne, quasi non vi fosse altra scelta, se non l’abdicazione di ogni forma esistenziale di fronte alla precarietà che si affaccia prepotente, salvo l’accettazione della medesima come compagna indispensabile di un percorso che è contaminazione di opposti, come d’altronde l’intera isola insegna, tanto nella sua morfologia fisica quanto nella sovrastruttura epica, mitologica, immaginaria sapientemente realizzata su di essa da Espinosa. Il libro, edito da Arkadia, ci restituisce un’altra isola, un’altra Lanzarote, quell’angolo dell’immaginario che, sostenuto dal mondo letterario, genera una terza via, quella che il lettore ha il potere di costruire, quella che ancora non esiste, un orizzonte ai confini imposti, più o meno esplicitamente, dalle politiche e dall’agire umano nel quotidiano di questo tempo. Fa qualcosa di simile, ma addentrandosi in piani più intimi, senza volerlo dichiarare a chiare note, in una ritrosia da uomo di mare, seppure “valligiano” di nascita, che rifugge i fini esperimenti dell’altro, Marino Magliani in un omaggio, edito da Oligo, alla condizione di viandante instabile perennemente in cerca, fuori dai luoghi cari allo scrittore ligure, ma solo per il tempo di un viaggio, quello che il mozzo compie per pochi mesi, in un percorso di andata e ritorno che si susseguono senza mai sovrapporsi, da e per la Corsica. L’opportunità di un guadagno da studente, un fatto di lavoro come tanti, un imbarco per la Corsica Ferries e l’occasione di vedere finalmente il mare per colui che è abituato a una quota di fondovalle che ignora il mare, che il mare non lo vede, ma neanche lo sogna, ma che, se gli si rivela quale altrove o quale transito verso un altrove, diventa il viaggio per eccellenza, quello dopo il quale tornerà, ma non potrà dirsi più lo stesso. Perché se il luogo da cui origina il viaggio porta tendenzialmente con sé la matrice di un necessario immobilismo, il mare è il movimento verso un altrove. Che sia la Corsica o un altro luogo, anche metafisico, poco importa. E, in fondo, questo è l’altro punto che distingue i nostri libri: Lanzarote è terra natia, è luogo destinato al fermo immagine, se non ci fosse lo spirito creativo di Espinosa che magicamente, in un lavoro di surreale cesello narrativo, ne stimola il divenire in un altrove che congiunge il piano letterario con le benedette nevrosi da mancanza dello scrittore spagnolo, mentre la Corsica è solo la Corsica, un fantasmico traguardo che racchiude tutti i sogni di chi deve ancora partire per la grande avventura, quella della vita, traducendosi nello specchio dei desideri di chi dal traghetto immagina un altro tempo possibile, anche solo per la concessione di un pezzo d’estate. Così, tra il punto di partenza, Genova, vista dal mare, ma non ancora dal largo, come una scala gialla e grigia di case e terrazze, finestre verdi, e la Corsica, dalle alture dolci, non incombenti sulla città, l’immagine di una penisola perfetta, costituita di fatto solo dal muro alto del molo di Bastia, esiste il viaggio che nel punto di osservazione privilegiato del mozzo racconta molto, quasi tutto: lo svolgersi delle fatiche e delle miserie umane, delle speranze poco oltre l’approdo, ma anche la regolamentazione di un passaggio, di un transito necessario verso un altrove, attraverso la normazione, il processo con cui ci illudiamo di portare ordine nel caos dell’esistenza, confondendo spesso l’urgenza della norma, per non cadere nella barbarie, con la sua estensione applicativa, a mo’ di salvagente dalle tempeste destinate ad abbattersi sulla nostra imbarcazione. Il mozzo impara, sbaglia, si adatta, si conforma alle regole quel tanto che basta per incominciare a comprendere che sapore avrà la grande avventura che ancora lo attende, approssimandosi a connotare la libertà non come una fuga, ma riconoscendola in quel punto dell’orizzonte in cui si è giunti a destinazione, ma solo per ripartire ancora, che sia per tornare a Genova o un altro viaggio ha poca importanza. Cinque mesi di lavoro, oltre 150 viaggi in Corsica e l’isola paradossalmente, ma neanche tanto, un non luogo: la piazza-scalo, con la sua darsena, le sue barche, le gru, un aspetto mediterraneo. In fondo, un’isola come tante, anche nello sguardo fugace che il mozzo, curioso dello svolgersi dei ritmi della terraferma, le concede in una rapida tregua tra l’approdo e l’imminente partenza. A darle identità, anche solo nella contrapposizione, sono i desideri, lo sconforto, di chi è prossimo a salpare, a dare un’identità all’isola, è lo spettacolo del firmamento destinato a colmare il vuoto di chi, come molti, non ha ancora trovato ciò che cerca, neanche in Corsica, è la vita che pullula sulla nave, la pelle abbronzata delle turiste nordiche, l’uniforme di aspirante marinaio del giovane mozzo, la vita che si affaccia tra regole e falsi traguardi, il rumore dei motori dentro la cabina, il cigolio del traghetto, quasi un animale alle catene, lo sguardo sull’isola che, a distanza di poche ore, cambia, perché cambiano i passeggeri e i loro desideri, i loro sogni e le loro attese, nella regolarità di certi errori che il mozzo sa di potersi ancora concedere. Perché, oltre la Corsica, c’è ancora la vita ad attenderlo, ad attendere il mozzo, quel carico ancora in divenire che non ammette cedimenti alla malinconia e concede l’osservazione delle vite altrui senza il patimento di una compassione che l’età è destinata a riservarci. “Le Corsiche”, ci dice Magliani, “sono sempre state tante”, perché basterebbe “una condizione meteorologica diversa, una quota diversa, un’angolatura, un punto diverso della Liguria da cui cercare l’isola”. Forse, non diversamente da altri luoghi, ma con la complicità del mare che separa alcuni di essi dalla terraferma fino a renderli ideali catalizzatori di fumose e astrali dimensioni cariche di ciò che a terra non trova spazio. Il finale racconta il viaggio possibile del mozzo sull’isola, il viaggio mai compiuto, un’epica del racconto nel racconto che, come in Espinosa, colma una lacuna forse solo apparente, nell’istante in cui i luoghi sono anche la nostra memoria, nel cui funzionamento un ruolo determinante gioca la Letteratura quale stimolo alla sovversione della staticità del passato. La memoria può smuoverlo, quel passato, e la Letteratura può essere manifestazione dell’inaspettato movimento tellurico che potenzia, genera, amplia l’orizzonte, ben oltre la Corsica. Lo dice bene con la sua scrittura anche un regista mai ricordato abbastanza, come Carlo Mazzacurati, o un autore straordinario come Francesco Biamonti: l’uno, a Nord-est, l’altro a Nord-ovest, hanno saputo raccontare il senso del viaggio, la ricerca di un altrove, il primo più spesso nella direzione della meta, il secondo prevalentemente nello sguardo di chi rimane. Eppure tutti tradiscono il bisogno di una ricerca, un’inadeguatezza di partenza che è la benedizione di essere ufficialmente viandanti in una storia che lambiamo a tratti, il tempo necessario di accorgerci delle acque in cui stiamo navigando. Fragili creature di un mondo non sempre ospitale, cerchiamo tutti la nostra Corsica o di tornare in una rinnovata Lanzarote.
Mindy
La recensione su Mork Mindy Ork
Cagliari. Un’opera corale che esplora temi universali come la memoria, la malattia, la perdita, l’amore e la ricerca delle proprie radici. È “La bella virtù”, il nuovo romanzo di Marisa Salabelle, edito da Arkadia (2025), che sarà presentato venerdì 7 marzo alle 19, al Centro Culturale Hermaea di Pirri (via Santa Maria Chiara 24A), tra le anteprime della XI edizione del Festival Premio Emilio Lussu organizzato dall’associazione culturale L’Alambicco. A dialogare con l’autrice sarà lo scrittore Daniele Congiu. La scrittura di Salabelle è elegante e incisiva, e rende la lettura un’esperienza intensa e appagante. Attraverso la storia di una famiglia, l’autrice offre uno spaccato della società italiana del Novecento, con le sue trasformazioni e i suoi contrasti, coinvolgendo il lettore all’interno di pagine dove prendono vita personaggi delineati con cura e profondità psicologica. Il racconto invita alla riflessione sulla complessità dei rapporti umani e sulla forza dei legami familiari. La scrittrice è nata a Cagliari nel 1955 e vive a Pistoia dal 1965. È laureata in Storia all’Università di Firenze e ha frequentato il triennio di studi teologici al Seminario arcivescovile della stessa città. Dal 1978 al 2016 ha svolto la professione di insegnante. Nel 2015 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, “L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu” (Piemme), seguito nel 2019 dal suo secondo romanzo, “L’ultimo dei Santi” (Tarka). Entrambe le opere sono state finaliste al Premio letterario “La Provincia in Giallo”, rispettivamente nel 2016 e nel 2020. Nel settembre 2020 è uscito il romanzo storico-familiare “Gli ingranaggi dei ricordi” (Arkadia Editore) e nel 2022 “Il ferro da calza” (Tarka), un giallo con ambientazione appenninica. Suoi articoli e racconti sono apparsi su riviste online e antologie cartacee.
La segnalazione su Sardìes
A volte capita di leggere in sequenza libri che sono collegati da un filo sottile, che non ci vuoi trovare per forza, ma che in effetti è lì, per farsi cogliere ed evidenziare. L’ho notato mentre mi accingevo a scrivere di due testi inviatimi nei mesi scorsi da Tarka Edizioni, usciti nel 2024 ed entrambi legati a Marino Magliani, amico scrittore e traduttore con cui collaboro spesso a diversi progetti editoriali. E pensavo appunto di preparare un articolo solo su questi libri, quando mi sono reso conto che quel filo c’era, sì, ma si estendeva anche oltre, arrivando ad abbracciare altre mie recenti letture.
Andiamo per ordine: i due libri che ho menzionato sono Luogo a procedere. Viaggio in Liguria con Marino Magliani e Marco Ferrari, di Roberto Carvelli (con prefazione di Giacomo Sartori), e Dizionario universale delle creature fantastiche di Luciano Hernández, tradotto da Marino Magliani (con la revisione di Riccardo Ferrazzi e la curatela di Alessandro Gianetti).
Il primo fotografa il plurisfaccettato spiritus loci della Liguria, osservata tramite non solo i ricordi di Roberto Carvelli, ma un ricco campionario di citazioni letterarie attinte dalla produzione narrativa di Magliani e Ferrari (dei quali avevo in precedenza recensito il romanzo Sporca faccenda, mezzala Morettini) e da quella di grandi autori del passato, tra cui Italo Calvino, Camillo Sbarbaro e Francesco Biamonti, ma, ancor prima, di un classico della letteratura inglese come David Herbert Lawrence. Attraverso le loro pagine, intessute della stessa sostanza del binomio dialettico di mare ed entroterra che caratterizza questa regione dagli innumerevoli riflessi di luce e ombra, Carvelli si addentra nel mistero epifanico (aggettivo a me caro) dei luoghi, da intendersi principalmente come aloni mentali che legano il mondo al punto di vista di chi lo osserva e lo vive. Ne risulta un viaggio intriso di poesia e sensibilità naturalistica e antropologica: un autentico invito all’esplorazione esterna e interiore.
Considerazioni simili mi sento di fare in relazione al Dizionario universale delle creature fantastiche di Luciano Hernández, scrittore nato nel 1980 nella Patagonia argentina, che – con spirito non dissimile da quello del già da me recensito Islario fantastico argentino (opera a più mani di altri autori) -, penetra in luoghi puramente immaginari, che sono quelli popolari da creature mostruose e affascinanti, suddivise per lettera come in un dizionario e costituenti degli archetipi, in fondo non diversamente dai luoghi stessi, una volta che hanno impregnato l’anima. Mi ha riportato con i ricordi e la fantasia alle schede-mostro dei giochi di ruolo che facevo da ragazzo, quando ancora non mi rendevo conto di stare preparandomi a una vita di ricerca artistica e linguistica imperniata sui luoghi e sui loro “elementali”. Questo libro curioso e interessante allude proprio a tutto ciò, e per questo risuona con me in modo particolare.
Ma il filo, come dicevo, continua a dipanarsi. Parlando di luoghi fisici ma prima di tutto mentali, e in quanto tali ricordati, e rimanendo in Argentina, è quanto mai pertinente una riflessione su Dark di Edgardo Cozarinsky (Arkadia Editore, 2024), scrittore scomparso l’anno scorso, qui ottimamente tradotto dall’amico Alessandro Gianetti. Si tratta infatti di una rapsodia metropolitana che s’immerge nel nucleo dell’oscurità paesaggistica e nei territori grigio-scuri dell’umanità della Buenos Aires degli anni ’50, quella del peronismo. Il protagonista – che ricorda il proprio passato giovanile da un futuro in cui ormai è diventato un autore maturo – è Víctor, un ragazzo ancora inesperto con ambizioni letterarie, che esplora la notte per farsene ispirare. Ed è qui che incontra una sorta di Virgilio, ovvero Andrés, un viveur di una certa età che lo prende a ben volere e funge da cicerone e mentore nei suoi confronti, mettendolo a contatto anche con alcuni aspetti non propriamente luminosi della notte porteña. Il tutto s’intreccia con le prime esperienze sessuali di Víctor, con ragazze che lo iniziano a una pratica ora più dolce, ora più aspra, dell’intimità. È dunque una sorta di romanzo di formazione (o forse anche di de-formazione), una dichiarazione di anarchica ribellione agli schemi, al contempo alquanto smorzata perché mediata dalla coscienza, emersa col tempo, della difficoltà di essere autenticamente liberi dentro. Alla fine, quello che veramente resta è Buenos Aires, luogo di un’Ombra junghiana fattasi strade, palazzi e anfratti carichi di segreti.
Il filo, però, continua ancora a srotolarsi, rimanendo fedele alla sua vocazione ubiqua e schiettamente interiore, nella misura in cui è fonte di memorie e racconti. Ecco dunque Chiamatemi Marconi. Storie di mare di Athos Bigongiali e Oreste Verrini (Edizioni ETS, 2022), libro che – proprio inteso come oggetto materiale – è stato per me crocevia di sincronicità e stranezze, perché l’ho letto con grande ritardo in quanto scompariva in vari punti della mia casa, riapparendo a tratti per poi rivelarmisi “col contagocce”. Fino all’esplosione recente, che me lo ha fatto profondamente apprezzare. Narra la storia di un uomo-paradosso, Renzo detto “Il Marconi”, originario della Garfagnana e per oltre trent’anni, fin verso la fine del Novecento, protagonista di viaggi in nave in giro per il mondo. Il volume in questione collaziona e riproduce nel loro stendersi tutte queste memorie, con lo stesso spirito con cui venivano riportate ai compagni e colleghi di navigazione. Ne risulta un eccellente mélange dove tutto è tenuto insieme dal mare, sempre presente anche se paradossalmente (appunto) intervallato da antitetici squarci di montagna (pensando alla Garfagnana), e si snoda tra numerose avventure ai limiti dell’incredibile – a volte anche qui con l’intervento di animali prossimi ai mostri evocati nel Dizionario universale di Hernández, e comunque intriso di quella sostanza di sole e salsedine che è al centro dei luoghi liguri di Luogo a procedere di Carvelli. Che è come dire dello spirito della dimensione che identifichiamo come “casa”.
Giovanni Agnoloni
La recensione su La poesia e lo spirito
ROMA – La scrittrice Dora Esposito, venerdì 7 marzo 2025, alle ore 19, è alla Libreria Racconti Ritrovati, a Montesacro (Roma), con il suo nuovo romanzo dal titolo Apri la porta e vola (Arkadia Editore). Quante volte abbiamo immaginato di mandare tutto all’aria e di cambiare completamente vita? Lo pensiamo spesso e, ammettiamolo, siamo anche in tanti. Ma mentre meditiamo di farlo la vita ci scorre davanti e c’è chi si decide di dar seguito al proposito e chi invece resta fermo lì ad attendere che qualcosa muti all’improvviso. Giulia non aspetta più. La sua esistenza viene stravolta quando capisce che i silenzi autoinflitti non servono a niente. Allora scopre che deve osare di più e, armata di sano coraggio, inizia una nuova avventura. Così è anche per Samuel. Certi eventi spiacevoli lo porteranno a riflettere, a crescere e a cambiare modo di pensare, di agire e soprattutto di vivere. Hanna, invece, una ragazza di sani principi, sta progettando meticolosamente il suo futuro, una volta che si sarà liberata di un grosso macigno che grava sulla sua coscienza, precipitatole addosso suo malgrado.
Tutti ce la possono fare, anche quando pensano che non sia possibile
E che dire di Sofia che, intenta a crescere i suoi figli si trova di fronte a più di qualche evento spiacevole, tanto che sarà costretta a ricalibrare completamente il proprio futuro? Ci sono poi Jeo, Luca, Angelica che, a loro volta, pensano che stia andando tutto come deve andare, perché pare che i loro ideali si stiano concretizzando e i giorni a venire saranno rosei e positivi. In realtà sarà proprio il domani a cambiare loro. E infine ecco ancora Jeffrey, Giorgio e Veruska, ma su loro meglio non svelare nulla, basti sapere che ognuno è stronzo a modo suo e che tutti ce la possono fare, anche quando pensano che non sia possibile.
Chi è Dora Esposito
Dora Esposito è nata a Castellammare di Stabia (Napoli) nel 1975, ha vissuto per un bel po’ a Milano, di seguito si è trasferita nella sua città natale. Mamma di due ragazzi – lei si reputa più brava a fare il papà – per crescerli ha dovuto rivestire entrambi i ruoli. Mancata psicologa, ha esordito con il romanzo Un giorno ti racconterò. Dopo il suo esordio, in seguito è stata contattata da Diana Da Ros, Wedding Planner famosa in Italia e all’estero, che dopo aver letto il suo libro, ha voluto Dora Esposito per scriverne uno suo: Prima che tu dica Sì di Corsiero Editore, tradotto in lingua inglese, andato in ristampa due volte, anche in Europa e in America. Dora mette da parte il mondo dei blog e continua a scrivere libri, sia per altre persone sia per se stessa. Influencer, aforista con vari account, Instagram, X, Threads, TikTok e Facebook, dove in totale conta oltre i sessantamila follower, ha collaborato con vari personaggi della televisione e dello spettacolo. È autrice di numerosi aforismi pubblicati sulle agende Comix (Doraebasta_). Le sue frasi sono usate un po’ ovunque, ma non se la prende più di tanto. Appassionata di scrittura, canto e recitazione, ha anche esplorato il mondo del doppiaggio, della dizione, della radio e del teatro. Si definisce una donna completa ma con ancora la sete di imparare, porta sempre con sé il suo motto: “Nulla succede per caso” perché per lei il caso non esiste.
La segnalazione su Cinque W News