Siamo in Sardegna e Daniele Congiu in Erano gli anni, per i tipi di Arkadia Editore, ci dona una saga familiare che abbraccia un lungo periodo spaziando tra tempi, generazioni, eventi e persone. A raccontarci questa storia è un bambino che cresce insieme al suo sguardo attento, un bambino che ci descrive quello che vede, quello che sente, quello che percepisce, quello che vive. Il protagonista mette subito in chiaro che come suo padre, come suo nonno e come il suo bisnonno, anche lui è incazzato: «Ero figlio, nipote e pronipote di gente incazzata da generazioni. Era incazzato mio bisnonno. Era incazzato mio nonno. Era incazzato mio padre. E io ero il più incazzato di tutti». È incazzato nero Davide, perché la vita è difficile e spesso ingiusta, ma soprattutto è difficile gestire i rapporti umani con le loro mille sfaccettature. E così i genitori si incazzavano perché desideravano che i propri figli fossero come loro li avrebbero voluti (e quindi diversi da come in realtà erano), e i figli si incazzavano perché non si sentivano compresi. Ho utilizzato un tempo verbale riferito agli anni che Congiu ci racconta, ma potrei usare anche il presente perché la vita cambia, il mondo di quegli anni pare lontano, ma a ben guardare le dinamiche sono sempre le stesse che si ripetono all’infinito su sfondi diversi. Catene lunghissimi di anelli forgiati con la rabbia delle incomprensioni e della mancanza di comunicazione. Può accadere però, a volte, che qualcuno apra uno di quegli anelli e cambi il corso e la funzione di alcuni meccanismi rodati, ma non necessariamente giusti. È questo che il nostro protagonista sarà in grado di fare. Una saga che mentre apre uno squarcio nel passato, ci proietta nel presente con temi innegabilmente attuali sui quali è impossibile non riflettere: dai rapporti umani al bullismo, dai problemi lavorativi alla genitorialità. Un affresco di sentimenti, costumi e avvenimenti di grande interesse letterario e umano tra i quali serpeggia una spiccata e pungente ironia. Una storia comune nella sua unicità. Da leggere!
Flora Fusarelli
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Le vicende di una dinastia familiare caduta in rovina raccontate da un bambino di dieci anni in un’opera che porta il lettore nella Cagliari del primo Novecento e in quella che poi si svilupperà grazie al boom economico e alla modernità. Immerso nella società un po’ sgangherata di un quartiere emarginato e periferico, a tratti violento, a tratti sublime nella sua umanità, il piccolo protagonista che diventerà poi adulto combatte la sua personale e quotidiana battaglia nel continuo scontro-incontro con le generazioni che l’hanno preceduto, mettendo in luce il confronto tra padri e figli, il bullismo, la fame, la povertà, ma anche la capacità di reagire, il desiderio di superare le avversità e le ingiustizie, di creare alla fine un proprio universo in cui finalmente sentirsi liberi: «Questo libro è una saga familiare narrata dal punto di vista di un bambino che ha 10 anni nel 1974, vive nel quartiere di San Michele ed è, per sua ammissione, incazzato nero. Ma non è solo lui ad essere incazzato: lo sono anche il padre, il nonno, il bisnonno. Tutti i maschi di questa famiglia covano una grande rabbia dentro. Per capirne le ragioni è necessario ripercorrere la genealogia di questa famiglia, ma anche la genealogia della rabbia. Una storia che mi ha permesso di capire il vero animo di questa città, in cui ai primi del ‘900 si potevano trovare i pastori col latte appena munto in piazza Yenne, e che nel giro di poco più di 10 anni si trasforma completamente.» L’ospite della prima puntata della settima stagione di Incipit è Daniele Congiu con il suo libro “Erano gli anni“, edito da Arkadia.
Il consiglio di lettura di questa puntata è “Igiene dell’assassino” di Amelie Nothomb, romanzo del 1992 che racconta la storia di un premio Nobel per la Letteratura misogino, cinico, intollerante e provocatore che dopo la diagnosi di una rarissima malattia che gli lascia pochi mesi di vita, accetta dopo anni di solitudine di essere intervistato da alcuni, selezionatissimi giornalisti…
Il link al podcast su Radio X: https://tinyurl.com/88r3jayd
Viaggio a Cagliari e nella Sardegna del Novecento con “Erano gli anni”, il nuovo romanzo di Daniele Congiu, edito da Arkadia, che verrà presentato DOMANI (giovedì 28 marzo) alle 18 nel Foyer del Teatro Massimo di Cagliari nell’incontro con l’autore, a cura della giornalista e critica d’arte Alessandra Menesini (L’Unione Sarda) con letture di Michela Atzeni, per un nuovo appuntamento sotto le insegne di Legger_ezza 2024 / il progetto di Promozione della Lettura – VI edizione a cura del CeDAC / Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo dal Vivo in Sardegna in collaborazione con la Libreria Edumondo.
Daniele Congiu presenta il suo romanzo “Erano gli anni”
Un intrigante ritratto di famiglia, incentrato su una dinastia di imprenditori e banchieri, a partire dal capostipite Leonardo, uomo severo e autoritario e dai suoi due figli, Alessandro e Ettore, uno abile in affari ma algido e spietato l’altro affascinante e impenitente seduttore, che lascerà la famiglia per trasferirsi oltreoceano, e il suo erede Silvio, intelligente e perbene, ma troppo onesto per un’epoca intrisa di ipocrisia, per arrivare alle generazioni successive. Giuseppe, cresciuto senza un padre, nella solitudine di un collegio, dopo la tragica morte di Silvio sotto i bombardamenti, spesso nei guai per il suo temperamento irruento e impulsivo, mette la testa a posto grazie all’incontro con la giovane che diverrà sua moglie e suo figlio Davide, protagonista e voce narrante del romanzo, con digressioni e lunghi flashback da cui emergono frammenti del passato, le cui conseguenze si riflettono inevitabilmente sul presente. A dieci anni, il ragazzino sembra aver ereditato, insieme all’energia e la voglia di vivere della sua età, il carattere duro e quasi selvaggio dei suoi antenati insieme a un sentimento di rabbia, con la profonda indignazione di chi fin da piccolo è costretto a confrontarsi con le ingiustizie e la crudeltà dell’esistenza e il sordo rancore di chi intuisce di e custodisce l’amarezza di chi è vittima incolpevole dei capricci del fato e della malvagità umana. Cronache di un’infanzia e un’adolescenza in uno dei rioni popolari sorti nel secondo dopoguerra, tra miseria materiale (e morale), dove vige la legge del più forte con regole non scritte ma ben note e confini da non superare mai. Nella sua estrema giovinezza e fragilità, contrapposta a una precoce consapevolezza e lucidità quasi da adulto, pur con tutta l’inesperienza e l’ingenuità proprie dell’età, Davide è il vero “eroe” della storia, in un racconto di formazione dove incontri pericolosi si alternano a meravigliose e terribili scoperte, con in più il privilegio, ignoto ai suoi predecessori, di essere il figlio desiderato e amato di una coppia bene assortita, sia pure tra luci e ombre di una quotidianità irta di difficoltà.
“Erano gli anni”
“Erano gli anni” descrive la realtà attraverso gli occhi di un ragazzino, maturato anzitempo tra guerre di bande e tentativi di sopravvivere tra bulli di quartiere e caos del traffico, in cui le giornate trascorrono tra la scuola e la strada nel lungo “inverno” tra il grigiore dei palazzoni di cemento e il contatto con la natura e la luminosità dell’estate sotto una tenda, in un piccolo e quasi privato paradiso vicino al mare, simbolo di libertà. Nel romanzo Daniele Congiu spazia tra differenti registri e stili, dallo slang metropolitano in versione “casteddaja” alle incursioni e citazioni in sa limba, all’italiano semplice e scorrevole delle ricostruzioni della storia e della genealogia familiare, in cui di alternano i differenti punti di vista sulle cause e gli effetti della decadenza della famiglia, dai successi e i fallimenti delle imprese portate avanti dal fondatore della stirpe, capace di folgoranti intuizioni come di reggere con mano salda il timone anche durante le crisi economiche all’inadeguatezza dei suoi eredi. Esperto di comunicazione e new media, già copywriter, poi content editor per Klarsicht Verlag, Daniele Congiu ha al suo attivo collaborazioni con istituizioni e enti pubblici e progetti per la Rai, oltre a un primo romanzo, “La chiave di Velikovsky”, uscito anche in Spagna per Editorial Bóveda, la raccolta “Mare e ferro” e altri racconti inseriti in antologie come “Giganti di pietra” e “Il silenzio delle cicale”, è coautore di “Tifosi cagliaritani per sempre” e autore e sceneggiatore del documentario “On Earth as in The Sky”. «Il mio legame con la scrittura nasce dalla lettura: ho sempre letto, sin da piccolissimo. Leggo in ogni luogo e costantemente» – rivela –. «Mi interessa la ricerca della bellezza nelle sue varie forme: nell’arte, nella natura, nei piccoli accadimenti quotidiani. Sin da piccolo disegnavo, poi ho cominciato a dipingere, vincendo anche qualche premio. Dipingere ti porta sviluppare uno sguardo attento sul mondo, lo stesso di uno scrittore. Con il trasferimento per studio e lavoro a Rimini e in Olanda mi sono ritrovato a lavorare come copywriter e, anche per la mancanza di spazio per attrezzare uno studio con tele e cavalletti, il passaggio alla scrittura come forma espressiva è diventato definitivo». Nel dettaglio, pure nella dimensione creativa del romanzo, il suo è comunque un approccio “tecnologico” da cittadino europeo del terzo millennio: «Uso molto i supporti digitali. Mi trovo bene con lo sviluppo di scalette sempre più approfondite su documenti online, che poi diventano sempre più strutturati. Quando inizio a scrivere, con queste premesse, il lavoro diventa velocissimo. Ho scritto anche delle sceneggiature per docufiction, ma è una esperienza molto faticosa e, a mio parere, meno gratificante di scrivere letteratura». L’dea del romanzo ha preso forma, come spesso accade, “quasi” per caso: «Nel 2016 il mio editore, Arkadia, mi propose di scrivere un racconto breve per l’antologia “Giganti di pietra” e così mi ritrovai a scrivere, quasi di getto, un breve racconto ambientato negli anni ’70 nel quartiere di San Michele dove sono vissuto» – spiega Daniele Congiu –. «E nel farlo scoprii che dentro di me continuava a esistere, seppur nascosta, la stessa rabbia dei personaggi che descrivevo, una rabbia che aveva radici lontane. Mi ritrovai a mio agio in una scrittura per me nuova – rapida, asciutta e molto vicina al parlato – e capii che per comprendere le ragioni di quel sentimento dovevo indagare il passato, le origini e la storia della mia famiglia e della città, Cagliari». “Erano gli anni” è il risultato e la sintesi di una ricerca artistica e personale, trasfigurati in forma di romanzo: un libro che si legge tutto d’un fiato per la capacità dell’autore di lasciar intuire e svelare via via, da differenti angolature e dando così voce ai vari personaggi, gli avvenimenti e le loro implicazioni, in un racconto incentrato sulle umane passioni e debolezze sempre sul filo della suspense, tenendo desta la curiosità del lettore e il desiderio di scoprire come andrà a finire la storia.
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Storia di una famiglia nella Cagliari del Novecento con “Erano gli anni”, il nuovo romanzo di Daniele Congiu, pubblicato da Arkadia, che sarà presentato questa sera alle 18 nel Foyer del Teatro Massimo di Cagliari per un nuovo appuntamento con Legger_ezza 2024 / Promozione della Lettura – VI edizione a cura del CeDAC Sardegna in collaborazione con la Libreria Edumondo. Daniele Congiu, esperto di comunicazione e new media, con all’attivo collaborazioni con istituzioni e enti pubblici e con la Rai, al suo secondo romanzo dopo “La chiave di Velikovsky” uscito in Spagna per Editorial Bóveda e vari racconti, dialogherà con la giornalista e critica d’arte Alessandra Menesini (L’Unione Sarda) mentre la lettura di alcune pagine significative sarà affidata all’attrice Michela Atzeni. “Erano gli anni” narra le vicende di una dinastia di imprenditori e banchieri, tra successi e fallimenti, finché il più giovane rampollo della stirpe si ritrova a crescere in un rione popolare, con una scrittura avvincente in cui si mescolano diversi registri e stili, dallo slang metropolitano con inflessioni “casteddaje” all’italiano. La narrazione parte dalle imprese del capostipite Leonardo e dal diverso carattere e destino dei figli Alessandro e Ettore, passando per il nipote Silvio, perito nei bombardamenti, per arrivare a Davide, figlio di Giuseppe che riceve in eredità la rabbia e il desiderio di riscatto di chi fin da piccolo è costretto a confrontarsi con le ingiustizie e la durezza della vita. Lo sguardo del ragazzino irrequieto anche se obbediente, la sua esistenza divisa tra il grigiore dell’inverno e dei palazzoni della periferia e la luminosità dell’estate a Cala Cipolla, permette di cogliere, come in una soggettiva cinematografica, tutti gli aspetti tragici e grotteschi di un’infanzia e un’adolescenza tra lo squallore delle periferie e l’azzurro del mare, simbolo di libertà.
Ingresso gratuito fino a esaurimento posti
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La scrittura di Daniele Congiu è robusta, ma al contempo elastica, capace di affrontare la navigazione di un mare attraverso gli occhi e il respiro di un bambino che solo crescendo riesce a prendere aria nei polmoni e calarsi dentro quella profondità degli abissi del perdono e del riscatto. Una saga familiare, una dinastia caduta in rovina quella degli uomini Contu: il cavaliere Leonardo, i figli Alessandro il rapace, Ettore il bello, Silvio il padre perso, Giuseppe il mondo al rovescio, Davide l’io narrante di questa storia. Una storia che attraversa le epoche: i primi del Novecento, la Prima guerra mondiale, l’avvento del fascismo, la Seconda guerra mondiale, l’arrivo degli alleati, i favolosi anni ‘60 e il boom economico e strada facendo arriviamo ai giorni nostri quando ci possiamo trovare davanti al bivio di decidere se continuare a vivere perpetuando il dolore di una arcaica durezza o provare a immergerci nella tenace volontà di aprirci a un mondo nuovo fatto di consapevolezze e di tenerezze dimenticate nel cassetto dei desideri. E poi Cagliari con la sua bellezza di un mondo lasciato a se stesso e le donne di questa storia. Forse a modo loro le vere protagoniste. “Davide! Tu sei l’ultimo dei Contu. Voi maschi della famiglia dannati siete. C’è una maledizione su di voi. Farete soffrire sempre chi vi sta vicino. Ricordati: non affidarti mai a uomini della tua famiglia. Neanche a tuo padre. Se avrai bisogno di aiuto, se vorrai capire qualcosa di più del tuo futuro affidati a una donna. Sarà una donna a liberarti.” E poi il mare. Davide cresce nel quartiere popolare di San Michele ma sogna e vive ogni estate il mare di Cala Cipolla. E’dal mare che riceve la forza e nel mare che trova la sua ragione di vita. E al mare ritorna perché la scrittura di Congiu nasce e trova respiro nel mare. E’ una scrittura, se si può dire, salina quella di Daniele Congiu. E’frammentaria, scogliosa, ruvida ma riesce a raccontare quelle sensazioni che si provano sulla pelle, sulla propria pelle. Congiu riesce a raccontare di loro, di un passato che senza la sua scrittura non sarebbe altro che un lontano ricordo. Riusciamo a seguirlo via terra attraversando strade sterrate, percorriamo insieme a lui quei quattro chilometri in mezzo a lagune salmastre, a nugoli di fenicotteri rosa che ci separano da Cala Cipolla, una cala a sud di Cagliari, sotto Capo Spartivento. Ne ha fatta di navigazione Daniele Congiu, dal suo romanzo di esordio “La chiave di Velikovsky” (Arkadia, 2013), pubblicato anche in Spagna per Editorial Bóveda ed è riuscito ad approdare a una scrittura articolata, fatta di storie e di Storia, una scrittura adulta con la voce di bambino. “Chiusi gli occhi. Sentivo le onde che mi passavano due metri sopra trascinare il mio corpo avanti e indietro, lentamente. E mi sentivo assorbire, sciogliere in quel movimento come dentro un respiro profondo… Inspirare ed espirare. Il mare respirava per me”. E infine torniamo a Cagliari, a questa città di una struggente calcarea rudezza. Torniamo a quell’attico di un palazzo in via Roma sopra al Caffè Torino. Quell’appartamento dove tutto è cominciato e tutto può concludersi con un nuovo inizio, un imprevisto non considerato, una variante, un tragitto di riscatto e libertà. Apriamo la porta-finestra e usciamo sulla veranda. Assisteremo a un spettacolo della natura. “Sopra di noi volteggiavano i gabbiani, sospesi a librarsi nell’aria come aquiloni… da lì lo sguardo poteva spaziare verso il mare aperto. Si vedeva tutto il golfo degli Angeli sino all’isola di San Macario e il Capo di Nora”. Sì erano gli anni.
Maria Caterina Prezioso
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Le vicende di una dinastia familiare caduta in rovina raccontate da un bambino di dieci anni la cui esistenza si divide tra il buio dell’inverno e l’accecante luce estiva del mare di Cala Cipolla. In un continuo alternarsi di epoche e personaggi, passando dalle due rovinose guerre mondiali al periodo del fascismo, dai “favolosi” anni ’60 all’avvento del web, pagina dopo pagina emergono i lati più drammatici o ironici dei protagonisti di un’opera corale che porta il lettore nella Cagliari del primo Novecento e in quella che poi si svilupperà grazie al boom economico e alla modernità. Immerso nella società un po’ sgangherata di un quartiere emarginato e periferico, a tratti violento, a tratti sublime nella sua umanità, il piccolo protagonista che diventerà poi adulto combatte la sua personale e quotidiana battaglia nel continuo scontro-incontro con le generazioni che l’hanno preceduto, mettendo in luce il confronto tra padri e figli, il bullismo, la fame, la povertà, ma anche la capacità di reagire, il desiderio di superare le avversità e le ingiustizie, di creare alla fine un proprio universo in cui finalmente sentirsi liberi.
Daniele Congiu (Cagliari 1964) comunicatore pubblico esperto in new media, ha studiato in Olanda e in Emilia Romagna. Dal suo romanzo d’esordio ” La chiave di Velikovsky sono stati acquisiti i diritti per un film. E’ autore e sceneggiatore del documentario On Earth as in The Sky.
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Raccontare una città, i suoi cambiamenti e chi la abita non è mai impresa facile, specialmente se al vero storico si intreccia una narrazione personale. Daniele Congiu ci è riuscito, con “Erano gli anni”, appena edito da Arkadia, ci guida per quattro generazioni in una Cagliari mutante. La saga familiare si districa attraverso i binari della storia e del costume, con attenzione scrupolosa al dettaglio e cura della veridicità. Così, accanto alle vicende dei personaggi creati da Congiu, prendono vita strade, palazzi, attività e addirittura sentimenti che appartengono ormai al mondo dei ricordi. La città è cresciuta, ha cambiato inevitabilmente volto ma ha conservato in qualche angolo e in qualche detto le sue origini. Il lavoro svolto da Daniele Congiu ha infatti anche il grande pregio di tenere memoria di modi di dire, di costumi e usi altrimenti destinati all’oblio. Lo fa in maniera non didattica e non didascalica, calando perfettamente questi elementi nel contesto narrativo. La struttura agile, la scrittura priva di inutili fronzoli ma non minimale, il ritmo serrato, consentono a chi legge di mantenere il giusto equilibrio tra momenti di cadute fatali e risate di fronte agli scherzi della vita. Grande protagonista silenzioso del libro è infatti un destino da intendere alla greca. Le persone si muovono come spinte da un vento occulto a volte benevolo altre devastante. Un romanzo di prospettive, in cui la storia viene raccontata da angolazioni diverse ma senza la fastidiosa sensazione dell’artificio, in modo naturale si affrontano punti di vista diametralmente opposti e legati alla visione dei singoli personaggi. “Erano gli anni”, uscito a 11 anni dal primo romanzo “La chiave di Velikovsky” è anche la storia delle periferie, spesso sfruttate come luoghi esotici da cui attingere aneddoti scabrosi di disagio e follia, e invece nella penna di Congiu assumono il ben più realistico tratto della vita, fatta di regole non scritte, di gesti e parole utili a conformarsi, di slanci per affrancarsi e di ingiustizia. La periferia diventa teatro per l’ingresso in scena di valori altri, grazie ad uno sguardo da insider. Da ogni tragedia emergono comunque la vita e un certo spirito di adattamento, perché altra grande figura invisibile della narrazione è la capacità dell’uomo di ironizzare su ogni cosa. I confini in questo modo paiono più labili, le parole meno dure, gli affanni un po’ più sopportabili in queste vite scombussolate. Daniele Congiu si fa carico di un viaggio nel nostro passato recente e nel nostro presente, scoprendo vizi e virtù con delicatezza e con il rispetto dovuto a una storia che è universale, replicabile in qualsiasi periferia. E forse con il giusto tatto che gli consente, in queste pagine così ricche, di raccontarci anche qualcosa di se stesso.
Giacomo Pisano
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Le vicende di una dinastia familiare caduta in rovina raccontate da un bambino di dieci anni la cui esistenza si divide tra il buio dell’inverno e l’accecante luce estiva del mare di Cala Cipolla. In un continuo alternarsi di epoche e personaggi, passando dalle due rovinose guerre mondiali al periodo del fascismo, dai “favolosi” anni ’60 all’avvento del web, pagina dopo pagina emergono i lati più drammatici o ironici dei protagonisti di un’opera corale che porta il lettore nella Cagliari del primo Novecento e in quella che poi si svilupperà grazie al boom economico e alla modernità. Immerso nella società un po’ sgangherata di un quartiere emarginato e periferico, a tratti violento, a tratti sublime nella sua umanità, il piccolo protagonista che diventerà poi adulto combatte la sua personale e quotidiana battaglia nel continuo scontro-incontro con le generazioni che l’hanno preceduto, mettendo in luce il confronto tra padri e figli, il bullismo, la fame, la povertà, ma anche la capacità di reagire, il desiderio di superare le avversità e le ingiustizie, di creare alla fine un proprio universo in cui finalmente sentirsi liberi.
Introduzione
Nessuno può scegliere la famiglia in cui nascere eppure è già scritto perché si ha il compito di mutare quel destino che appare così avverso. L’intrigata epopea di uomini che tentano di salvarsi da quel mare della vita che rischia di travolgerli tutti. Che cosa fare quando non si sa nuotare perché qualcuno non l’ha insegnato? Ecco che si prova a galleggiare e aleggia una magnetica sospensione tra luci e ombre mentre passano ineluttabili i giorni e un velo di malinconia accompagna con la sua solennità i tiepidi passi.
Aneddoti personali
Quando ho letto la sinossi in tempi non sospetti, sono stato preso da un’intensa felicità perché dopo qualche tempo la casa editrice Arkadia sarebbe tornata alle saghe familiari che sono il mio genere preferito in assoluto. Quando me lo sono visto tra gli arrivi da parte dell’ufficio, stampa il mio amico Patrizio, la gioia è stata immensa. Questo sentimento ha toccato metaforicamente il cielo, quando leggendo i ringraziamenti, ho appreso che l’autore in questione è rappresentato dall’agenzia Meucci. A Silvia mi lega un’amicizia e un rapporto sincero e profondo. C’è una particolarità che la riguarda, ogni autore che mi ha proposto negli anni mi è piaciuto moltissimo e sono diventati nel corso del tempo dei cari amici anche loro. Le faccio spesso i complimenti per le scelte umane che compie, prima ancora che delle opere. L’ignaro autore portava quindi un carico non indifferente di attese. Il rapporto con questo libro è stato parecchio complesso. Per me non è stata una lettura semplice, ho riscontrato almeno inizialmente delle difficoltà con lo stile dello scrittore e non parlo dell’utilizzo del sardo perché i termini sono accuratamente spiegati ma dell’ironia che talvolta ho trovato eccessiva. Il problema è mio lo riconosco, non sono abituato a leggere libri ironici e sprezzanti. La scelta della voce narrante è coraggiosa, però in alcuni punti il tono e il linguaggio utilizzato sono troppo elevati. Una volta che ci si abitua allo stile, il romanzo scorre meravigliosamente. Lo centellino da circa due tre settimane principalmente per quello che ho già esposto ma anche per un’altra motivazione. Leggendo dei capitoli specifici si ha il sentore che non c’è finzione né verosimiglianza ma acuta e schietta verità accuratamente nascosta da un cambio di nomi. Mi sono andato a documentare chiedendo all’autore e anche compiendo ricerche, soprattutto nei capitoli storici che ho trovato davvero magistrali. Il mio personaggio preferito è Alessandro perché grazie alle sue continue macchinazioni tengono le redini della storia e nonostante alcune azioni siano deplorevoli in esse, c’è un ‘interessante profondità che un po’ scoprirete leggendo la recensione. Nonostante tutto sono stato contento di leggerlo, ringrazio la casa editrice per avermi inviato la copia e dato la possibilità di conoscere davvero una bella persona che spero di portarmi ancora a lungo nel mio cammino.
Recensione
Ognuno combatte la propria guerra muta soltanto il nemico da fronteggiare è scritto nelle stelle del destino. Quello stesso fato di cui Pico della Mirandola afferma l’uomo sia artefice. Se potessero i personaggi di questo romanzo, inizierebbero a ridere fragorosamente. Sogna ragazzo sogna la spiaggia dell’altrove in cui tutti gli orizzonti appaiono raggiungibili. Il flebile contatto tra il sogno e la realtà non protegge dall’urto ma adesso che la riva è ormai lontana lui ingarbugliato uomo di oggi osserva e pensa con carezzevole malinconia al bambino di ieri e prova a ridargli voce, sperando che sognare e ricordare attuino, l’inabissale rima del tempo. Ed è così che un ‘incessante danza temporale gestita su più piani, riporta vivida la storia degli avi che riprende corpo, tocca a lui plasmarla nella forma del cuore, riecheggia come un eco, il richiamo del sangue che gli scorre nelle vene e così racconta l’intricata epopea di quel salice ben piantato che qualcuno ha chiamato famiglia. Estirpare quella radice d’appartenenza non è possibile perché anche lui è una parte anatomica di quell’arcano ingranaggio. Un bambino alla soglia dell’adolescenza e sito in una prigione – fortezza che è la famiglia soprattutto se ti chiami Contu. Una sensazione asfissiante appartenente non solo a Davide ma anche agli altri membri. Come fosse una vera e proprio gabbia dorata dal suo osservatorio speciale Davide, racconta con lucidità e sfrontatezza la sua storia e quella della Sardegna. Si parla di uomini che come Florio in Auci combatte una morbosa inquietudine che Barbara ha definito opportunamente “ Malarazza”. Ḕ la terminologia corretta per definire tutti quegli imprenditori realmente esistiti o appartenenti alla finzione narrativa vissuti in particolare dalla fine dell’Ottocento e per tutto il cosiddetto secolo breve. Afflitti tutti da un unico morbus che qui è particolarmente accentuato e focalizzato in una vera e propria maledizione del rancore. Una rabbia inespressa ma covata che come un germe segna diverse generazioni. Agli albori del Novecento il patriarca Leonardo approfittando del ruolo centrale di Cagliari e della Sardegna decide di aprire una banca che diventa il fulcro della società e rappresenta il primo grande mattone del loro impero finanziario. Leonardo rimasto prematuramente vedovo impartisce ai due figli una rigida educazione intrisa di disciplina e compostezza. Il suo singolare modo di dimostrare affetto era incrementare la ricchezza della famiglia. Sia Alessandro sia Ettore fin da giovani sono caricati dal peso di troppe responsabilità e iniziano a sperperare il patrimonio a causa anche d’investimenti infruttuosi e totalmente sbagliati. Tra matrimoni combinati, galera e inaspettate fughe resta tutto sulle spalle di Alessandro che tenta di allontanarsi dalla cerchia paterna, ma ormai il seme è piantato e la malattia è in corso. Conscio di ciò decide di vivere relegato e prigioniero della sua stessa solitudine. Dal suo studio però attua avvincenti intrighi e macchinazioni che segneranno inevitabilmente le generazioni future, come un ammaliante burattinaio. A parte singole eccezioni il ramo maschile della dinastia Contu sono segnate da una profonda inettitudine almeno fino a quando non sono altri a spianare la strada, sono altresì segnati dal marchio brancatiano di dimostrare la loro virilità a tutti i costi. Il ramo femminile si concentra in particolare su Anna, Teodora ed Elena, l’autore ne rileva o il pragmatismo o l’opportunismo. La narrazione è volutamente asettica per sviluppare l’incapacità dei personaggi di curare la sfera emotiva. I rapporti sono sospesi e in pochi casi si può parlare di relazione affettiva. L’autore sceglie coraggiosamente di narrare tutto in prima persona, lo stile è giornalistico e incisivo in più caratterizzato da un ‘ironia preponderante e da una vibrante schiettezza. In questo resoconto di eventi un plauso merita tutti i capitoli storici del romanzo. L’autore descrive infatti come fosse un reportage in modo accurato le condizioni del popolo antecedente, durante e post guerre mondiali, mentre la desolazione regnava sovrana e ogni famiglia cercava invano di contrastare l’odore della morte. Lo scrittore si focalizza in particolare su Silvio e Giuseppe. Un padre e un figlio per cui la guerra è un cataclisma inimmaginabile. Il destino crede che non siano abbastanza temprati dalle avversità e così li mette di fronte a dei bivi drammatici. Un libro a metà tra memoir e romanzo storico. Il lettore leggendo queste pagine può ritrovare in qualche modo quel filone verista, infatti nonostante sia una saga familiare atipica, si può inserire come un moderno ciclo di vinti. Un romanzo che è una lotta estenuante tra dignità e ambizione mentre quegli stessi uomini rincorrono affannosamente la felicità affinché l’ultimo grammo non sia soltanto un miraggio.
Conclusioni
Una lettura godibile che consiglio a chi ama narrazioni affrontate con ironia oppure appassionati di storia sarda.
Francesco De Filippi
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Nelle scorse settimane si è rimesso in moto il mondo dell’editoria. Tra i romanzi da recuperare ci sono il ritorno del Premio Pulitzer Michael Cunningham e un inedito di Stefano D’Arrigo rispolverato dagli archivi fiorentini, ma anche storie che si interrogano sul rapporto tra padri e figli, racconti di rinascita al femminile e riflessioni sullo sviluppo della tecnologia
Gennaio ha rimesso in moto il mondo dell’editoria, portando sugli scaffali delle librerie nuove storie da tutto il mondo. Tra i romanzi da recuperare ci sono storie che si interrogano sul rapporto tra padri e figli, ognuna mettendone in luce sfumature diverse: I folgorati di Susanna Bissoli, Messaggio per mio figlio di Alejandro Zambra, Quello che serve di notte di Laurent Petitmangin e Tangerinn di Emanuela Anechoum. Poi ci sono storie di rinascita, come quelle di A casa di Judith Hermann e Cuore nero di Silvia Avallone; c’è un inedito di Stefano D’Arrigo appena uscito dagli archivi e c’è il ritorno del Premio Pulitzer Michael Cunningham. Sono solo alcuni dei romanzi che leggeremo a febbraio (QUI QUELLI CHE VI AVEVAMO CONSIGLIATO A GENNAIO).
Cuore nero – Silvia Avallone
Nascosto tra le montagne, raggiungibile solo attraverso una ripidissima strada sterrata, c’è il minuscolo borgo di Sassaia, immobile nel tempo e nello spazio con le sue casette arroccate. Lontano da tutto e da tutti. Per questo quando un giorno sbuca Emilia la sorpresa di Bruno, che lì si è rintanato isolandosi dal mondo, è forte. Chi è questa donna dai capelli rossi e dall’accento straniero, magrissima, adulta nel corpo di un’adolescente? Quando si incontrano entrambi vedono negli occhi dell’altro un abisso. Tutti e due sono segnati dal male. Solo che Emilia il male lo ha compiuto di mano propria, Bruno lo ha subito. Lei è stata in carcere a lungo per espiare le sue colpe, lui si è rintanato ai confini dell’universo, lì a Sassaia. Quando iniziano a frequentarsi, Emilia fa di tutto per nascondere a Bruno il suo passato. Ma non esiste amore senza verità. Silvia Avallone torna in libreria per Rizzoli con Cuore nero.
I folgorati – Susanna Bissoli
Vera decide di tornare a casa del padre Zeno quando scopre di essere di nuovo malata. Le è tornato il cancro al seno, lo stesso che ha già ucciso sua madre e altre donne della sua famiglia. Anche Zeno – burbero, testardo e dalla lingua lunga – non sta benissimo: ha una gamba sempre più malandata. Potranno aiutarsi a vicenda, pensano. Lì, in quella casa dove Zeno ha vissuto a lungo da solo, Vera scopre decine di quaderni pieni di parole. È un romanzo, scritto dal padre. Come è possibile? Ha solo la quinta elementare. Lui le affida il compito di trascrivere al computer i manoscritti. D’altronde lei ha sempre voluto essere una scrittrice. Vera e Zeno sono i due protagonisti de I folgorati di Susanna Bissoli, in libreria per Einaudi.
A casa – Judith Hermann
A casa di Judith Hermann – pubblicato da Fazi Editore, con la traduzione di Teresa Ciuffoletti – ruota intorno a una donna di cui non ci verrà mai detto il nome. Di lei però si sa più o meno tutto il resto. Ha da poco lasciato il marito e pensa sempre alla figlia, intenta a girovagare per il mondo. Ha trascorso una vita isolandosi e nascondendosi dagli altri, come ha scelto di fare anche dopo la fine del matrimonio: si è trasferita in una casa al mare, poco lontano dal paesino dove quello sfaccendato di suo fratello ha aperto un pub. Una notte succede qualcosa che rompe la crisalide dove si era rintanata. Apre gli occhi sul paesaggio che adesso è la sua casa. Lo vede con occhi diversi. Stringe amicizia con Mimi, la vicina di casa. C’è spazio addirittura per l’amore nella sua rinascita al contrario.
Il compratore di anime morte – Stefano D’Arrigo
Ci sono storie che restano nascoste per anni prima di vedere la luce. Sono rimaste per la precisione nell’archivio del Gabinetto Vieusseux di Firenze quelle de Il compratore di anime morte di Stefano D’Arrigo (Rizzoli), adattamento de Le anime morte di Nikolaj Gogol’ in cui l’autore siciliano dispiega tutta la vena satirica che lo consacrò nel secolo scorso. Cirillo, rimasto orfano della Madonna, non ha mai smesso di sperare in un’adozione. Nemmeno dopo aver compiuto 30 anni. Per un curioso colpo di scena, in un viaggio che lo porta tra la Sicilia e Napoli dell’800, tenta la scalata della sfera nobiliare borbonica. Si sparge la voce della sua abilità di azzeccare tutti i numeri del lotto. Il principe Don Ettorino di Margellina, che giocando si è bruciato tutto, decide di adottarlo. Cirillo ha un’idea che dovrebbe risanare le finanze disastrate del principe: vendere allo Stato le anime morte della Sicilia, cioè i cittadini scomparsi dopo l’ultimo censimento. Si può guadagnare molto su di loro, facendo leva su una legge mal scritta. Sullo sfondo dell’arrivo di Garibaldi sull’isola, si insinua in un’aristocrazia vuota e stressata da debiti e pettegolezzi. Conoscerà anche l’amore.
Il cliente Busken – Jeroen Browers
Busken è un erudito latinista e un sommo poeta che si esprime attraverso codici segreti. Non solo: è anche un ingegnere robotico e un neurochirurgo. Così la pensa lui. Per gli altri non c’è nulla di vero in tutto ciò: i medici di Villa Madeleine, casa di cura in cui si ritrova intrappolato suo malgrado, lo vedono come uno dei tanti pazienti dementi di cui si occupano. Forse un po’ più mitomane rispetto agli altri. Busken è arrabbiato e non capisce cosa ci fa in mezzo ai rincitrulliti. Decide quindi di chiudersi in un inscalfibile silenzio e di fingersi incapace di intendere e di volere. Attraverso la lente di un problema agli occhi che gli fa vedere il mondo tinto di blu, Il cliente Busken dell’olandese – defunto – Jeroen Browers (Iperborea, con le traduzioni di Claudia Di Palermo e Francesco Panzeri) sfodera un humor nero che non risparmia nessuno, dai medici agli altri pazienti. Intanto con la mente torna indietro a quando la mamma non gli dava l’amore di cui aveva bisogno, andando a segnare il tragitto di un’esistenza futura passata tra libri e deliri. Scappando dal dolore.
Day – Michael Cunningham
Bastano tre giorni dentro le vite degli altri per capire che ne sarà di loro. Forse non è sempre davvero così, ma lo è nel caso di Dan e Isabel, i protagonisti di Day di Michael Cunningham, che torna in libreria a nove anni da Un cigno selvatico per La Nave di Teseo, con la traduzione di Carlo Prosperi. Li conosciamo il 5 aprile 2019, nella loro casa tipicamente in mattoni di Brooklyn. Il loro matrimonio un tempo felice si sta sgretolando lentamente. Tutti e due sembrano essere attratti soltanto da Robbie, il ribelle fratello minore di Isabel, in procinto di lasciare il loro attico. Solo la sua presenza, e non quella dei figli, sta facendo da collante a una storia d’amore in appassimento. Un anno dopo, il 5 aprile 2020, il mondo è in lockdown per il coronavirus. Dan e Isabel, entrambi frustrati, sono bloccati insieme. Robbie è invece in Islanda, bloccato anche lui, in una baita di montagna, mentre porta avanti una vita segreta su Instagram. Il 5 aprile 2021 è il punto di arrivo di questo romanzo con struttura a trittico simile a quella de Le Ore, che a Cunningham valse il Pulitzer.
Corpi mobili – Jane Sautière
La Nuova Frontiera riporta in Italia Corpi mobili, l’ultimo scritto di Jane Sautière, dove memoria corale e storia personale si intrecciano nel racconto degli anni dell’autrice a Phnom Penh, dove ha vissuto dal 1967 al 1970. Ombre, forme, oggetti sono i corpi mobili del titolo, simboli di persone e sensazioni che hanno riempito il passato di Sautière e che adesso vivono sulla carta stampata per non essere mai dimenticati. I fratelli morti prima che potesse conoscerli, i genitori, gli amori. La vegetazione e i colori della città, il sapore esotico dei frutti, l’umidità del Vietnam. La traduzione è di Silvia Turato.
Tangerinn – Emanuela Anechoum
C’è dell’umoristico, del tenero e del tragico nell’esordio letterario di Emanuela Anechoum, Tangerinn (edizioni e/o). Mina si è trasferita da un piccolo paese del Sud Italia a Londra, dove è riuscita a ritagliarsi il suo spazio tra i “giusti”. A 30 anni, la madre la avvisa che il padre è morto. Torna a casa per i funerali, ma alla fine rimane più del previsto in quel paesino sul mare dove rimette insieme i pezzi di cosa è rimasto del padre e ne ricostruisce la memoria. Lui era arrivato in Italia dal Marocco, poi aveva aperto un bar sulla spiaggia che nella sua testa sarebbe diventato un posto sicuro per chi, arrivato da lontano come lui, non si sentiva a casa. Mina fa così i conti con le sue molteplici origini e ritrova pian piano i pezzi che compongono quel misterioso uomo che era suo padre.
Erano gli anni – Daniele Congiu
Daniele Congiu torna nella sua Cagliari e affida a un bambino di 10 anni il compito di raccontare le vicende di una famiglia caduta in rovina. Mentre il protagonista di Erano gli anni (Arkadia) cresce, ci si sposta tra epoche storiche: l’inizio del ‘900, il fascismo, i favolosi ’60, la modernità. Tutto da un quartiere periferico del capoluogo sardo, dove attraverso la voce del protagonista si sviluppano riflessioni sull’infinito antagonismo generazionale, la povertà, il bullismo. Con un approccio costruttivo: in lui c’è un senso di giustizia e il desiderio di trovarsi uno spazio in cui essere libero.
Messaggio per mio figlio – Alejandro Zambra
Alejandro Zamba mischia poesia e narrativa per provare a mettere nero su bianco cosa vuol dire padre e al tempo stesso essere figlio. Il narratore di Messaggio per mio figlio (Sellerio, tradotto da Maria Nicola) entra nei meandri di questo complicato rapporto partendo dai primissimi momenti insieme al figlio Silvestre (anzi anche da prima, dall’incontro con quella che sarebbe diventata la madre). Poi si passa alla relazione con suo padre, dimenticato e incompreso tra i litigi e le riconciliazioni che si alternano negli anni, che intanto è diventato nonno.
Quello che serve di notte – Laurent Petitmangin
In Quello che serve di notte di Laurent Petitmangin il rapporto tra padre e figli diventa l’espediente per calarsi in una riflessione più ampia sul ritorno delle formazioni di estrema destra in Europa. Qui siamo nella Francia operaia della Lorena, dove un vedovo socialista convinto fa del suo meglio per crescere i due figli: Gillou è molto simile a lui, Fus sta iniziando a causare un po’ di problemi. È entrato nel Front National. Un gran casino, soprattutto quando finisce in prigione accusato di aver ucciso un ragazzo di idee politiche opposte che prima lo aveva picchiato. In libreria per Mondadori, con la traduzione di Elena Cappellini.
La tua faccia ci appartiene – Kashmir Hill
Dal catalogo di Orville Press arriva un libro che piacerà a chi si appassiona con i dibattiti su intelligenza artificiale e futuro della tecnologia: La tua faccia ci appartiene di Kashmir Hill (tradotto da Vittoria Parodi) ha il gusto del thriller distopico e complottista caro ai fan di Black Mirror e simili. L’autrice scava nella storia dell’oscura startup Clearview AI, e del suo misterioso fondatore Ton-That, in una precisissima ricostruzione – che a leggerla sembrerebbe un romanzo, se non fosse vera – e analisi sul controverso rapporto tra uomo e progresso tecnologico.
Sequestro alla milanese – Piero Colaprico
Tutti conosciamo Tangentopoli. Non tutti sappiamo che a coniare il termine fu Piero Colaprico, giornalista di cronaca nera che su consiglio del collega Oreste Del Buono negli anni ’90 decise di lanciarsi anche nella scrittura di romanzi. Baldini + Castoldi ha deciso di ripubblicare il suo Sequestro alla milanese, che torna proprio nella Milano del 1992, subito prima che il sistema della Prima Repubblica crollasse per Tangentopoli. Qui si parte dal rapimento del figlio dell’assessore Marino Malesci per immergersi nel mondo della malavita del capoluogo lombardo, speculare a quello della politica arrogante e corrotta.
Giacomo Cadeddu
Il link alla segnalazione sul Corriere della Sera: https://bitly.ws/3cekU