Vladimir Di Prima anteprima. Il buio delle tre
Dilemmi universali: “ma poi se un libro in vita tua non te l’hai mai letto, me lo dici tu come fai a fare lo scrittore?» «E vuol dire che comincerò ora stesso e scriverò nel frattempo. Leggo e scrivo, ti piace? È la stessa cosa dei panettieri: impastano e infornano.» La poesia della vita: “Di lì in poi la vita di Pinuccio cambiò drasticamente. Si iscrisse alla Facoltà di Lettere e Filosofia, si laureò in corso con il massimo dei voti, prese pure un bel bacio in fronte dalla rettrice e per un periodo piuttosto lungo fu assistente di cattedra del professore. Grandi soddisfazioni per quel padre onesto che aveva raggiunto il cugino Salvatore nel predicato dell’eterno vivere”. Il dono del cinismo: “Di fatto gli dicevano tutti di sì, pure vantando contatti segretissimi e inviolabili con i vertici, salvo poi liberarsi del fardello al primo cassonetto dell’immondizia e fumarci sopra una sigaretta per alleggerire una colpa di cui la vergogna non avrebbe mai lasciato tracce apprezzabili”. L’orgoglio artistico: “Il suo imbarazzo è legittimo, fa parte di quella cosa che le invidio più di tutte, cioè la giovinezza. Imparerà col tempo a riconoscere i premi Nobel ai quali la sua autostima proverà senz’altro a collocarla in successione”. L’editoria reale: “No, Pinuccio, ti prego di fare caso alle parole, non sono affatto come li pensi; quella è gente molto seria e preparata, solo che quando la serietà finisce per sostituire il sangue, gli occhi non vedono più l’ampiezza del mare, ma quante barche ci possono navigare dentro”. È in libreria Il buio delle tre di Vladimir Di Prima (Arkadia Edizioni, pp. 228, € 16). Vladimir Di Prima ha esordito con il romanzo Gli Ansiatici (2002) a cui sono seguiti Facciamo Silenzio (2007) e Le incompiute smorfie (2014). In un piccolo borgo siciliano, dove i grandi avvenimenti della Storia scorrono senza trovare resistenza, Pinuccio Badalà coltiva il sogno di affermarsi come scrittore. Figlio di un sindacalista coinvolto nella strage di Bologna e scomparso qualche anno dopo in circostanze insolite, Pinuccio affronta un lungo e tortuoso percorso nel tentativo di farsi notare dai colossi dell’editoria italiana. Il romanzo, con il ritmo avvincente di una cronaca appassionata, racconta oltre vent’anni di speranze e disillusioni, viaggi alla ricerca di opportunità e incontri con personaggi tanto eccentrici quanto memorabili. Con questo romanzo sul romanzo Vladimir Di Prima realizza un capolavoro al quadrato con un’opera di Letteratura che esplora e cataloga le troppe miserie e la scarsa nobiltà del mondo editoriale. Una “mise en abyme” che rivela come nascono gli scrittori, come partoriscono le storie e quanto infine facciano fatica a trovare un editore. L’autore racconta queste vite con crudezza e ironia, senza sconti, senza consolazioni, e lo fa con uno stile che mescola ironia, dramma e un senso profondo di disillusione. C’è un continuo oscillare tra sogni e frustrazioni, tra slanci idealistici e schiaffi della realtà, che dà al testo una tensione sempre coinvolgente. In un mondo dove gli scrittori sono più dei lettori e dove la mediocrità narrativa serve a nutrire una folla affamata di fango, e a confermarla nella sua ignoranza, questo libro è una perla da raccogliere e far leggere a tutti. Una lezione di cuore, di lingua e di stile.
Pinuccio finì di scrivere il suo terzo romanzo in una tempestosa notte di gennaio dell’anno appena detto. Tuoni e lampi squassarono e illuminarono la sua fervida ambizione; negli occhi, iniettati di sangue per la stanchezza, non di un giorno, ma di anni sottratti alla giovinezza, scorrevano nuovamente le immagini vittoriose, con musiche vittoriose, di un successo creduto oramai imminente; lo scroscio della pioggia aveva poi lavato tutte le ingenuità precedenti, pulito dall’infamia ogni piccola sbavatura e riempito, trasbordando pure, il pozzo di un’aulica certezza. Pinuccio, insomma, non si sentiva più un talentuoso dilettante con il sogno di vincere il Nobel, ma uno scrittore vero, superbo, invincibile e naturalmente già nobile, uno che aveva appena finito l’ennesimo capolavoro di una carriera lunghissima. E questi, si sa, fanno presto a correre con le proprie gambe. Per agevolarne lo scatto considerò la possibilità di agganciare un agente letterario. L’idea gli era stata indirettamente suggerita dal maestro Magazù, il quale, in una delle loro erranze notturne, gli aveva caldamente raccomandato di trovarsi un padrino letterario, uno che insomma l’avrebbe potuto tirar fuori dal pantano desolante del sottobosco. Un primo tentativo, ponderando costi e termini, Pinuccio lo fece con un’agenzia veneta, zona Rovigo, centocinquanta euro più IVA e consegna scheda di lettura entro trenta giorni. L’aspetto positivo di pagare un servizio è che non valgono più la tolleranza, la pazienza e il fegato marcio esercitati in anni di attese pur di non intaccare la sottilissima suscettibilità dell’interlocutore editoriale. La richiesta della prestazione è un diritto che, nel caso, autorizza pure a fare la voce grossa. Così al trentesimo giorno, non avendo ricevuto ancora alcun tipo di esito, Pinuccio reclamò telefonicamente una risposta. I titolari dell’agenzia, irritati dal fatto che non fossero ancora trascorse le ventiquattro ore affinché si completasse la scadenza prevista per contratto, lo rimandarono al febbrile intervallo di un pomeriggio senza anticipargli nulla. Un modo furbastro per prendere tempo e improvvisare una scheda sul calco di tante altre; i riferimenti al romanzo, infatti, furono piuttosto vaghi e accomodati, e comunque finalizzati a un verdetto ritenuto inoppugnabile: “… scrittura ambiziosa, stile a tratti convincente, ma il romanzo non è editorialmente collocabile. Per questi motivi non ce la sentiamo di prendere in carico il suo lavoro. In bocca al lupo”. Parecchie altre volte Pinuccio aveva sentito quella parola “collocabile” come “commerciabile”, un termine così volgare per un libro da provare addirittura orrore; forse per questo non aveva mai saputo dargli un significato convincente. D’accordo, i libri erano pur sempre un prodotto, ma chi e soprattutto come decideva se una storia fosse vendibile o meno? E non erano sufficienti la scrittura e lo stile? Anzi, non erano forse la scrittura e lo stile gli unici elementi indispensabili affinché un libro potesse essere degno di pubblicazione? Il rifiuto dell’agenzia lo lasciò parecchio amareggiato. Ma non si arrese e, anzi, alzò il tiro. A quel tempo, non troppo lontano dall’attuale, nell’ambita e ristretta e inavvicinabile rosa di agenti influenti, si contavano appena cinque o sei nomi, tutti d’istanza fra Roma, Milano e la monarchica Torino. Sulla scorta di quanto aveva già speso per quei mestieranti senz’arte che l’avevano liquidato con mezza paginetta di Word, temeva che per questi ci fossero costi insostenibili. Un denaro che francamente non sapeva più come racimolare, perché senza un lavoro era duro far bastare la pensione della madre. A volte però gli angoli più svelati riservano sorprese inaspettate: decisosi a contattarli, scoprì che, almeno per la lettura del dattiloscritto, alcuni operavano in maniera del tutto gratuita. Sennonché l’ostacolo più grosso, o meglio, il rovescio della medaglia, era che non prendevano più nessuno in carico. Una vera beffa considerando che appena qualche mese prima vantavano d’aver lanciato parecchi esordienti. Possibile che il peccato più grande delle persone sfortunate si risolvesse quasi sempre nel concetto di tempestività? A ogni modo, l’unica che non gli era riuscito ancora di contattare, e per questo conservava una minima speranza, corrispondeva all’identità di una svedese che da parecchi anni si era stabilita in Italia. Una donna molto distinta ed elegante, assai bella peraltro, che a ragione di un accurato talento – la cosa si potrebbe tradurre anche con la parola “intuito” – era riuscita a ritagliarsi una ragguardevole reputazione presso le case editrici più importanti della penisola. Sotto la sua ala, male che andava, si finiva quasi sempre in prima fascia: Mondadori, Einaudi, Rizzoli o Bompiani. Mancavano però i riferimenti in rete per contattarla, e avendo letto solo di interviste e di autori che ne parlavano come la Madonna, Pinuccio ebbe un’intuizione visionaria: associare il suo nome (separato da punto oppure no) a tutti gli indirizzi di posta elettronica più diffusi, mandare una e-mail a ciascuno e sperare in una risposta. Chi legge potrà pensare al fatto che una persona di minima dignità non possa arrivare a concepire tanto, ma è possibile assicurarvi, come d’altronde è riferibile solo a chi prova grandi passioni, che il desiderio di pubblicare con un grande editore Pinuccio l’aveva così forte che fra poco gli sarebbero spuntate pure le stimmate. E il buon Dio queste cose le sa, le sa così bene che a un certo punto si impegna a trasformare l’impossibile in possibile, sorridendo alla vita di quei poveri disgraziati misericordiosamente piegati alla sua volontà. Una mattina, controllando la posta elettronica come faceva più volte al giorno, Pinuccio ebbe la strepitosa ventura di trovare un messaggio di risposta ai suoi tentativi.
“Gentilissimo Sig. Badalà, può contattarmi a questo numero. Grazie”.
L’emozione fu talmente ingovernabile che per riuscire a usare il telefono dovette impiegare un’intera mattinata in esercizi di respirazione e dissipazione dell’ansia. Solo intorno alle tre del pomeriggio, quando la signora Santina riposava, e i cani dei vicini s’erano acquietati, e l’albero di fico si mostrava ancora una volta il miglior centralino all’aperto dove canalizzare flussi di buona sorte, Pinuccio riuscì a incoraggiarsi e affrontare una conversazione che gli avrebbe garantito nientemeno che un appuntamento a Milano. Sì, perché la svedese riceveva lì, e lui dapprima non disse d’essere siciliano. Undici anni dopo il suo primo viaggio a Torino, Pinuccio faceva fatica a pensare d’aver bruciato tutto quel tempo. Certo non per colpa sua, ma era pur sempre una quantità enorme, una quantità nella quale molti avevano esordito assai dopo di lui e già si trovavano ai piani alti delle classifiche, con premi vinti e credibilità vinta. Lui invece continuava a ripetere una gavetta che avrebbe ammuffito, come di fatto inevitabilmente ammuffiva, persino il talento più puro. Eppure aveva resistito, affrontato tutte le intemperie dei rifiuti e le umiliazioni d’essere considerato un autore inesistente solo perché aveva pubblicato con editori pressoché sconosciuti. La piaga dell’editoria a pagamento aveva poi ulteriormente peggiorato le cose perché anche il più impresentabile degli autori diceva d’aver pubblicato un libro. E cosa rispondergli? Come controbatterlo? Dire “Tu sei un autore a pagamento e io no” non era affatto sufficiente a scalare la considerazione dei lettori. Per quelli si sarebbe rimasti sempre e comunque dei dilettanti, che alla domanda “Cosa fai per mestiere?” avrebbero voluto sentir dire qualche altra cosa insieme alla parola scrittore. Altrimenti c’era qualcosa che non andava e l’espressione loro cambiava, mischiando lineamenti di sarcasmo con rughe di penosa commiserazione.
Carlo Tortarolo
La recensione di Carlo Tortarolo