“La bella virtù” su La Casa delle storie
Vivere secondo precetti nella salvaguardia e sacralità dell’ onore. Marisa Salabelle e un ritratto di famiglia che oltrepassa i confini del tempo.
Il tempo è una variabile dispettosa e inesorabile ma proprio in questa sua sacralità che si cela la sua innegabile bellezza. L’occhio e il corpo diventano meticolosi registi cogliendo dettagli, anche i più impercettibili in una circoscrizione spaziale che oltrepassa le epoche. Una ripresa panoramica in cui i colori del buio spengono anche il più variopinto degli arcobaleni. Quelle mura però non rinunciano all’ultimo raggio di sole che filtra e accoglie come fossero crepe i loro affanni. Un uomo ormai laconico fissa la finestra contando i suoi inflessibili autunni. Si sofferma sul fruscio delle foglie e sembra ascoltare la voce del vento come fosse una solenne preghiera. Una donna chiusa in cucina osserva la maestosità del tavolo che ha al centro soltanto un vaso con dei fiori rinsecchiti come i suoi anni, se potessero parlare, borbotterebbero anche loro, lei ha bisogno di riappropriarsi del silenzio o almeno questo asserisce ma si sa che a volte desiderio e paura s’interscambiano come un gioco di specchi. Il rumore o anche solo la sua percezione è consolatorio perché il silenzio talvolta inchioda ad affrontare le ramificazioni della propria solitudine. Due esseri alle prese con l’improvviso annebbiamento dell’orizzonte deve riscoprire l’utilità sociale, familiare e affettiva mentre su di loro pende come fosse un nemico invisibile, l’orologio da parete. Qualcosa ha magicamente interrotto il suo flusso magico e perfetto. Un meccanismo inceppato. È giunto il momento a lungo rimandato con l’ingranaggio del destino. Si è disarmati e nudi di fronte alle accettazioni metamorfiche che possono mutare persino la biologia dei sentimenti. È iniziata quella corsa in cui la fine appare sempre più vicina. In quei volti dai solchi profondi non c’è più spazio per le lacrime e anche i rimpianti mutano la forma. Una rugiada di carezze si posa sul viso di quella pianta fino all’ultimo tocco. Così il lettore ritrova personaggi amati come Felice, Maria Ausilia, Carla e Kevin che si racchiudono in un caloroso abbraccio generazionale. Pronto è per questo il trucco, come fosse una splendida magia, il nastro di quest’amore si riavvolge in attesa di riscoprire la colonna sonora, perché ogni uomo in fondo vive nell’auspicio di trovare la sua Serenella. “Coi soldi, cravatte, vestiti, dei fiori e una vespa per correre insieme al mare. E se c’è un po’ di vento, ti bagnerai mentre aspetti me nel nostro caffè. La radio trasmetterà la canzone che ho pensato per te e forse attraverserà l’oceano lontano da noi. La ascolteranno gli americani che proprio ieri sono andati via e con le loro camicie a fiori colorano le nostre vie e i nostri giorni di primavera. Che profumano dei tuoi capelli e dei tuoi occhi così belli spalancati sul futuro e chiusi su di me”. Il lettore quindi trova elementi e caratteristiche che ben conosce, ma cambiano prospettiva registro e tono. Ci si trova catapultati nel dopoguerra in cui ognuno affronta le sue macerie, ma non si crogiola nel linguaggio della perdizione ma si concentra sul sé singolo e collettivo nella sua piena evoluzione ed emancipazione. L’autrice mostra un altro lato della sua versatile produzione letteraria. Spoglia, infatti, la narrazione della connotazione storica predominante per regalare un racconto lungo di costume. Questo varco aperto negli usi costumi e quotidianità delinea un vivido ritratto di famiglia. Come previsto dal genere scelto lo stile è colloquiale con un taglio incisivo e ironico. L’autrice traccia abilmente una costruzione polifonica in cui ogni dei quattro personaggi si esprime mediante epistole o pagine di diario. Il filo conduttore delle pagine è sicuramente la ricostruzione sia relazionale sia genealogica. Carla, infatti, ha sul cuore il peso di un arrivederci che ha il sapore amaro di un addio. Kevin deve invece completare il suo percorso universitario con un’altra tesi storiografica. Ancora una volta il biografismo familiare busserà alla sua porta ma, dove lo condurrà? Si dice infatti che la sua famiglia sia legata anche alla figura di San Giuseppe Moscati sarà compito di Kevin accertarne la veridicità. Un tuffo nel passato per vivere secondo precetti nella salvaguardia e sacralità dell’onore. Un sentiero impervio chiamato vita tra rigidità dogmatica ed elasticità mentale sulla nuvola chiaroscura del progresso forse il vero virtuoso è chi vive in mezzo ai due flussi ma mentre la mente viaggia verso il prossimo ragionamento le pagine bianche, si susseguono di parole scritte che hanno il profumo di un ricordo che resta.
Francesco De Filippi
La recensione su La Casa delle storie