“Il desiderio imperfetto” su Satisfiction
Sebastiano Martini. Il desiderio imperfetto
Una gigantesca balena emerge dalle acque del promontorio mentre la sua forma monolitica scalfisce l’alba di un cielo ancora dormiente portando scompiglio tra le acque di Montemarcello. Siamo soltanto a pagina uno, Fabrizio è l’unico testimone silente di quell’atto di forza primordiale ma il suo stupore è un’onda che s’infrange nuovamente, come la prima volta, trent’anni prima, quando l’uroboro della sua esistenza doveva ancora compiere il primo giro di boa e il suo desiderio non si era già trasformato in ossessione. Di balene reali e metaforiche Melville aveva fatto scuola e Sebastiano Martini, che dalla buona letteratura ne ha forgiato arti e mestieri lo sa bene, perché di tributi alle pagine della tradizione letteraria, né Il desiderio imperfetto (Arkadia Editore) ve ne sono assai. Menti fini e sensibili come La Capria, Montanelli, Montale (per citare solo alcuni conterranei) che delle parole ne hanno fatto una forma d’espressione, un monito di vita, un insegnamento ricorrente. La scrittura è un fuoco che scalda ma più spesso brucia, chi ne pratica lo sa bene. Parte tutto da una scintilla, che sia talento innato o l’innesco fornito da un libro donato ogni compleanno da un padre scomparso (come nel caso del nostro protagonista Fabrizio) una volta che la prima fiammella trova steppa nel suo braciere, non vi è più modo di sottrarsi. Da qui l’ossessione, la voglia e il bisogno, il veder solo quello ed esser disposti a sacrificare tutto il resto: famiglia, viaggi, relazioni, anche se spesso non sembra, anche se dall’esterno pare che la vita possa ancora procedere per obiettivi traversi e soddisfazioni parallele, la mente dello scrittore resta sempre lì, in quella storia germinale, in quelle parole che non risiedono mai nel posto perfetto, in quelle frasi che nella testa continuano ininterrottamente a ricomporsi e spostarsi come un mosaico schizofrenico che può trovar pace solo a pubblicazione avvenuta. Ma se questa pubblicazione non si compie? Se non vi sono lettori alle parole sudate? Se non vi è nessun palcoscenico testimone al sacrificio di una vita intera, quale può essere, dunque, lo scopo di tutto questo martirio? Martini parte da uno spauracchio settoriale (l’impossibilità per Fabrizio di trovare un editore che dia alle stampe la sua opera) per ampliare il suo discorso a un timore ben più diffuso e universale: l’incapacità di realizzarsi in un percorso di vita. L’angoscia che sfianca le giornate di Fabrizio è la stessa mandragora che solletica gli sforzi dell’amico Enrico, compagno di banco di una Montemarcello sospesa nel tempo, una terra ammaliante e castrante che prende forma nella prosa pacata ed elegante di un affresco tratteggiato senza fretta. Un estuario di terra e mare che compensa le ridotte aspirazioni fruibili con infiniti scorci costieri di rocce albine, puntellate di vegetazione incolta e anfibi dalle movenze primordiali. Suona strano sentirsi inadatti a tale paradiso eppure, anche a Enrico, questo grumo di case affacciato sul Golfo dei Poeti sta stretto fin dalla nascita. Anche lui, come l’amico Fabrizio, si titilla nei sogni di trasferte intercontinentali, tra vernissage con “la gente e conta”, coltivando il sogno di diventare prima pittore, per poi esser costretto a deviare la sua dedizione verso un’utopia più pragmatica, alla continua ricerca di investitori che possano finanziare il suo Brain: un progetto pioniere che fonde arte contemporanea ed energie rinnovabili. Sognare in grande, svezzati in un piccolo nido è una storia che si ripete di continuo eppure anche lì, in quel promontorio inguaiato tra Liguria e Toscana, qualcuno ce l’ha fatta: è il caso di Vincenzo De Petri, penna nota e rinomata che trascorre le sue estati a Montemarcello a cui Fabrizio cercherà in tutti i modi di far leggere il suo manoscritto affidandosi anche ai consigli esperti e le rassicurazioni della sua consorte Ines, donna di grande cultura, disponibilità ed empatia, lei stessa autrice di fama nazionale. Come nel precedente Il mare delle illusioni, la prosa stenopeica di Martini si sviluppa per sottrazione. Laddove si sarebbero potuti imbastire infiniti monologhi autocommiseranti sui ripetuti rifiuti incassati da Fabrizio, l’autore sceglie invece di concentrare l’amarezza in una serie di sterili email di rifiuto che, chi bazzica un minimo nel panorama editoriale, conosce fin troppo bene. La solitudine che ne traspare viene dunque amplificata attraverso un senso di stasi trasmessa dai luoghi, più che dai personaggi. Leggere Martini e come poggiare l’orecchio contro una conchiglia lasciando che siano le frequenze e le suggestioni acquisite ad amplificare la fascinazione di uno stile che nasconde, dietro un’apparente semplicità, la ricerca di un’armonia continua e uniforme, lontana dagli steroidismi letterari. È l’incedere asincrono, accogliente e ammaliante di una penna che non ha bisogno di urlare, che si adagia su una melodia ritmata da descrizioni semplici e personaggi definiti con pochi, centellinati tratteggi. Leggere Martini suscita, in chi scrive, la sensazione calda e accogliente di un ritorno ai luoghi di una nostalgia nota che si compie nell’impossibilità di realizzare i sogni e le ambizioni di un uomo come tanti. I suoi fallimenti sono i nostri inciampi, le sue insicurezze sono le voci notturne che ognuno di noi, in quel bizzarro tragitto chiamato vita, ha imparato ad accogliere per farne sostegno. Sia dunque questo desiderio imperfetto un inno melanconico alle storie lievi, emerse tra le increspature di un mare pacato le cui onde non sono mai burrasca semmai dolce risacca, un moto melanconico di seducente risonanza che ritorna, che rimane.
Stefano Bonazzi
La recensione su Satisfiction